Il dialogo con l’islam non è roba da preti

A Gallarate un parroco, Franco Carnevali, da tre anni offre uno spazio della Parrocchia alla comunità degli islamici per i loro riti e preghiere del mese del Ramadan. Stando a quanto ha dichiarato questo parroco, che usa con strana generosità i locali e lo stipendio che i cristiani gli pagano, il suo scopo è di realizzare il «dialogo» fra religioni e culture diverse. Immagino, pertanto, che in questi tre anni un così zelante apostolo di Gesù sia andato, durante le cerimonie dei musulmani, a esortarli a «digiunare a casa propria, in segreto, in modo che nessuno ti veda»…
Immagino, anche, che abbia loro insegnato, secondo il dettato dei Vangeli, che «nulla dall’esterno può contaminarti perché è soltanto ciò che viene dal dentro dell’uomo che contamina».
Perché, poi, non portare finalmente ai musulmani l’insegnamento di Gesù riguardo alle donne? Al signor Carnevali evidentemente non importa nulla dei milioni di donne ancora schiacciate dalle leggi dell’Antico Testamento, ma allora che testimone di Gesù è?
Il Vangelo è pieno degli esempi di libertà da qualsiasi timore che Gesù ha dato nei confronti dell’impurità femminile: dal rapporto con la Samaritana a quello con la Maddalena, con le sorelle di Lazzaro e con tutte le altre donne che si affollano felici intorno a lui. Non vuole questo parroco raccontare ai musulmani l’episodio del Vangelo in cui Gesù salva l’adultera portata alla lapidazione?
È di ieri l’ennesima notizia di una donna giustiziata, dopo la rituale flagellazione, perché «adultera» in quanto, essendo vedova, tuttavia era incinta.
La fedeltà al marito è dovuta anche quando è morto. Sia ben chiaro che ogni giorno sono uccise le adultere in ogni parte del mondo musulmano, anche se i giornalisti ce ne forniscono soltanto qualche caso, di quelli che «non interrompono il dialogo» con i Paesi vicini all’Occidente, quali per esempio la Libia e la Somalia. Su questi, infatti, nonostante la legge del taglione vi sia strettamente osservata, con la mutilazione delle varie parti del corpo in rapporto al tipo di reato, la fustigazione degli omosessuali e la lapidazione delle adultere, vige il silenzio.
Naturalmente so bene che né questo parroco, né nessun altro parroco, si sognerebbe di fare quanto sto dicendo, anche se sarebbe divertente in tal caso conoscere la reazione dei musulmani in preghiera.
Sto soltanto tentando di capire cosa intendono per «dialogo» poiché il loro compito è annunciare Gesù. Il principio del «dialogo» è quello delle diplomazie, certamente non quello adoperato da Gesù, altrimenti non sarebbe stato ammazzato. Gli uomini cui si rivolgeva Gesù erano gli stessi che oggi si trovano davanti a questo nuovo tipo di evangelizzatore dialogante muto. I musulmani, infatti, sono uomini dell’Antico Testamento, identici agli ebrei di duemila anni fa contro i quali si è scagliato Gesù e non c’è che da leggere il Vangelo per riconoscerli. Forse questo parroco non conosce il Vangelo, ma sarebbe bene che ci riflettesse, e si rendesse conto che il Vangelo è un messaggio di verità perché la verità, per gli uomini, per ogni uomo, coincide con la libertà. È la libertà davanti a Dio che Gesù ha proclamato, la libertà dal timore della contaminazione, dell’impurità e da qualsiasi altro timore perché chi ama non teme.
Sento già qualcuno che mormora: vuoi tornare alle crociate, allora? Fra le crociate e la vigliaccheria del tradimento, c’è un bel po’ di differenza.
Nessuno obbliga il signor Carnevali a fare il sacerdote, tanto meno il rappresentante dei cristiani italiani con una Parrocchia. Dico soltanto che per essere seguaci di Gesù, bisogna prima di tutto non mentire a se stessi, e poi: avere coraggio.