Dialogo senza anarchia

Fermate le illegalità e disperse le violenze, l'accordo proposto dal governo agli enti locali della Valle di Susa aveva un obiettivo fondamentale: realizzare una grande opera irrinunciabile per l'Italia come la linea ferroviaria ad alta velocità Lione-Torino. Ci mancava soltanto, adesso, il no dell’assemblea valsusina all’ipotesi di mediazione offerta da Palazzo Chigi e che avrebbe potuto favorire il dialogo.
Ma è proprio su questo dialogo che bisogna essere chiari. Come tutti sanno, quest'opera (che non è certo esagerato definire epocale) è la tratta italo-francese del cosiddetto Corridoio 5 nella nuova rete europea di trasporti destinato a collegare, soprattutto per le merci, la penisola iberica all'Ucraina: idealmente e in prospettiva l'Atlantico al Pacifico. Proprio questo progetto, voluto dall'Italia, attraversa il nostro Settentrione da Modane a Trieste, in alternativa ad un altro tracciato dello stesso Corridoio che ci avrebbe completamente tagliati fuori, passando non a Sud ma a Nord delle Alpi.
Abbiamo ottenuto che così non fosse per un evidente e vitale interesse economico e geopolitico. Basta guardare la carta dell'Europa per capire che il tracciato della Tav è già intuitivamente una forte metafora del nostro rifiuto di propiziare il declino dell'Italia e della sua economia nel lungo periodo, a partire da una scelta irreversibile che ha come sola alternativa l'estraniazione dai collegamenti strategici e dai nuovi flussi di traffico. Basta pensare alla storia del grande declino italiano dal Cinquecento in poi, per lo spostamento a Nord del baricentro economico e finanziario dell'Europa, la dislocazione dei traffici e la decadenza delle rotte mediterranee rispetto a quelle atlantiche.
Sulla necessità e irrinunciabilità della Lione-Torino, dunque, non si può discutere: è una scelta strategica di ordine superiore, nazionale e sovranazionale. E in questo senso l'accordo di sabato sarebbe stato positivo, a certe condizioni, anche per conciliare - non con compromessi sostanziali, ma con le indispensabili comunicazioni e verifiche sull'impatto ambientale, sanitario ed economico - due aspetti insopprimibili di questo tipo di scelte. La questione non è molto diversa da quelle che sempre più si presentano e sempre più si presenteranno ai vari livelli di governo e di comunità.
Il caso dei rifiuti campani che intanto se ne vanno sugli autotreni diretti agli inceneritori tedeschi, con i costi per la collettività e l'inquinamento lungo la Penisola che ognuno può immaginare, è purtroppo esemplare. Quello, semplicemente rimosso, del sito per le scorie nucleari nel più profondo delle rocce della Basilicata, lo è altrettanto. Ma non ci sono soltanto scelte strategiche epocali come il Corridoio 5 della Tav o pur grossi problemi come i rifiuti e le scorie. Ci sono mille piccoli problemi a livello inferiore che ostacolano o addirittura paralizzano, sul territorio, lo sviluppo economico e l'efficienza del sistema in altrettanti gangli vitali: la circonvallazione intercomunale, la strada statale, lo svincolo autostradale, per esempio.
Dal piccolo al grande, la scelta genera grandi, anche enormi benefici per l'intera collettività. Ma può generare danni o il timore di danni (spesso immaginari o «magici») per una piccola quota della popolazione sul territorio che li rifiuta «nel suo cortile» (Not in my backyard!). Per non parlare della sobillazione politica, delle spinte eversive e degli incredibili interventi «istituzionali» come quello della magistratura contabile piemontese dopo gli incidenti in Val di Susa per la valutazione del danno («erariale»!) all'immagine dello Stato causato dalle forze dell'ordine nell'obbligatoria e generosa difesa della legalità... E per non citare qualche brillante economista che invita a «non riempirsi la bocca con le famose infrastrutture e opere pubbliche», sentenziando con spocchia: «Non è certo questo il principale problema dell'Italia»!
L'accordo di Palazzo Chigi con gli enti locali interessati alla Lione-Torino per informazioni, consultazioni e valutazioni comuni sull'impatto ambientale, invece, avrebbe potuto forse colmare anche qualche precedente vuoto di comunicazione. Assicurando al contempo la realizzazione dell'opera nei tempi e, sostanzialmente, nei modi previsti: nell'interesse preminente del Paese, del nostro sviluppo economico e delle stesse comunità territoriali. Dialogo sì, ma non anarchia istituzionale.