Dieci buoni motivi per non tassare le rendite

Stangare solo le nuove emissioni ed esentare alcune categorie crea distorsioni nel mercato

«La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme» (articolo 47 della tanto lodata Costituzione italiana); e Luigi Einaudi aveva le idee chiare: «Il risparmio non è un flusso finanziario che va al consumo, anzi è la rinuncia ad un consumo presente per ottenerne uno futuro. Il profitto sul risparmio (gli interessi) è il prezzo di questa rinuncia. Tassare gli interessi vorrebbe dire creare una discriminazione tra consumi presenti e futuri, vorrebbe dire bloccare il movimento fisiologico dell’attività economica, produttiva e di investimento».
Ecco dieci buone ragioni per opporsi alla minacciata «armonizzazione delle rendite finanziarie» che, per come si presenta, risponde al furore ideologico più che alla razionalità economica.

A Secondo la più recente indagine di Banca d’Italia sui bilanci delle famiglie (dati 2004), il 28,3% delle attività finanziarie detenute dalle famiglie italiane è nelle mani di impiegati e operai, il 36,6% è appannaggio delle famiglie dei pensionati. Nel nostro Paese, in assenza di un robusto «secondo pilastro» di previdenza integrativa, è cresciuto un «terzo pilastro», quello degli investimenti con funzione previdenziale.

B Se si dovesse applicare la nuova aliquota su tutti i titoli in circolazione, ci sarebbero maggiori entrate per 4-6 miliardi di euro annui (la riduzione dell’aliquota sui depositi in conto corrente dal 27 al 20% comporterebbe un risparmio di appena 800 milioni di euro). Se la nuova aliquota fosse applicata solo sulle nuove emissioni, l’extragettito per il 2008 ammonterebbe a poche centinaia di milioni, per poi crescere negli anni successivi.

C Una misura che produce maggior gettito per le casse dello Stato è una forma di «inasprimento» fiscale, non di «armonizzazione». Per avere un allineamento tra conti correnti e altre attività finanziarie a parità di gettito, si dovrebbe fissare la nuova aliquota al 14%.

D Sembra che il governo voglia usare il gettito di questa misura come copertura per una riforma dell’Irpef sui lavoratori dipendenti. Sarebbe una scelta avventata: il gettito è aleatorio e non predeterminabile. In presenza di un’inversione di tendenza dei mercati finanziari, si rischia un effetto boomerang.

E L’ipotesi di un’applicazione «mirata» della nuova tassazione, applicando l’aliquota del 20% solo alle nuove emissioni, esentando i titoli di Stato o prevedendo meccanismi di esclusione dei pensionati e dei piccoli risparmiatori, creerebbe una segmentazione pericolosa dei mercati finanziari, dando luogo a distorsioni sui prezzi dei titoli e complicando la gestione del debito pubblico (forse ci si dimentica quanto avvenne nel 1987 e 1988 quando, per i titoli pubblici, si passò dalla esenzione alla tassazione del 6,25% e poi al 12,5%).

F L’introduzione di meccanismi di esenzione, ipotizzata dal sottosegretario Grandi, sarebbe possibile solo attraverso l’inserimento dei redditi da capitale nelle dichiarazioni dei redditi, ossia facendo cadere il vantaggio della tassazione separata e aprendo la strada all’assoggettamento dei redditi da capitale alla tassazione ad aliquota marginale.

G Come mostra un recente studio della Banca d’Italia, un inasprimento della tassazione sul risparmio può forse permettere un aumento di breve periodo dei consumi (si risparmia meno, si consuma di più), ma inibisce l’aumento dello stock di risparmio utile per finanziare gli investimenti e la crescita economica di lungo periodo. In più, una maggiore tassazione dei redditi da interesse deprime l’offerta di lavoro (a che serve lavorare di più se il risparmio, frutto del mio lavoro, verrà pesantemente tassato?).

H I dati di Assogestioni evidenziano una vera e propria fuga dai fondi di investimento italiani: meno 21 miliardi nei soli mesi da settembre a novembre 2007. Sicuramente hanno influito la scarsa fiducia verso i mercati finanziari e una minore disponibilità economica, ma due anni di annunci e smentite sull’aumento della tassazione hanno certamente contribuito ad alimentare il clima di incertezza.

I La crescita dei profitti non è accompagnata da un eguale andamento dei salari. Invece che chiedere ideologici interventi redistributivi sulle rendite, una politica responsabile dovrebbe porsi il problema di come sostenere la trasformazione del reddito dei lavoratori da «puro» salario a ricchezza più variegata, che includa i redditi da capitale. In una prospettiva di lungo periodo, va promossa - e non disincentiva con la tassazione - una maggiore propensione verso gli investimenti finanziari diversi dalla casa.

J Una delle motivazioni ricorrenti per giustificare la riforma è l’allineamento ai regimi vigenti negli altri paesi europei. Se è vero che in Europa la tendenza è avere aliquote sul risparmio superiori a quelle italiane, è altrettanto vero che - da tempo - in tutto il continente si assiste ad una graduale ma costante riduzione della tassazione sul reddito. In più, a rendere poco efficace il confronto tra paesi vi è poi la considerazione del ruolo previdenziale e non speculativo che le attività finanziarie svolgono in Italia.
*Presidente dei
Riformatori liberali
Deputato di Forza Italia