Dietro i medicinali liberila "cura" Pd per le Coop

<div>Il governo blinda il decreto: tramonta il sogno del Pd di concedere ulteriori spazi per la vendita di medicine. Federfarma denuncia: avrebbe vinto la lobby del carrello</div>

Melina sulle pensioni, silenzio sulla prima casa tassata; guerra sulle farmacie. Il Partito democratico fino a mercoledì scorso non aveva alzato la voce contro il governo, poi però qualcosa si è rotto. Il motivo non è materia da retroscena visto che il segretario Pier Luigi Bersani lo ha detto chiaramente: «Siamo stupiti, per non dire stupefatti, dalla chiusura e dalla debolezza della manovra sulle liberalizzazioni».
I mal di pancia sono iniziati quando è stato chiaro che il premier Monti non avrebbe premuto l’acceleratore su taxi e farmacie. Nel primo caso in ballo c’era la possibilità per i tassisti di lavorare fuori dal comune di appartenenza, nel secondo la liberalizzazione dei farmaci di fascia C, cioè quelli che vengono venduti dietro presentazione di una ricetta bianca, non rimborsati dal servizio sanitario nazionale. Il testo della manovra uscito dalla commissione prevede comunque la liberalizzazione, anche se sarà il ministero della Salute a decidere i farmaci che potranno essere venduti fuori dalle farmacie.
Non è un mistero che ai democratici, più che le auto gialle, stia a cuore rompere il monopolio sul farmaco. Lo stesso Bersani, quando era ministro dello Sviluppo economico, ha aperto per la prima volta il mercato, liberalizzando la vendita dei farmaci da banco (come l’aspirina). Era il 2006 e da allora sono nate 3.500 parafarmacie e i supermercati hanno potuto aprire degli angoli della salute. In molti lessero la lenzuolata come un favore alla grande distribuzione e alle Coop rosse. Per fare tornare indietro il governo e liberalizzare un’altra fascia di farmaci, i democratici hanno presentato un emendamento last minute, ma «ormai i giochi sono fatti: il governo ha posto la fiducia e dunque anche l’emendamento Pd per rimediare al colpo di mano in commissione non si potrà più votare», osservavano ieri le associazioni delle parafarmacie.
Soddisfatti delle modifiche i rappresentanti delle farmacie. «Con la precedente formulazione - spiega Annarosa Racca, presidente nazionale di Federfarma - la grande distribuzione si sarebbe semplicemente accaparrata il mercato del farmaco. Il governo è tornato indietro perché sarebbe stata una scelta non in linea con l’Europa, visto che in nessun paese Ue si vendono farmaci con ricetta fuori dalle farmacie». Insomma, le farmacie non hanno fatto pressioni indebite sull’esecutivo. «L’unica lobby che si è mossa è quella del carrello», denuncia Racca che comunque non se la sente di spiegare la passione del Pd per la liberalizzazione del farmaco come la volontà di favorire le Coop rosse.
Fatto sta che da un paio di giorni il clima è cambiato e il fronte sinistro di Monti si è indebolito. Anche ieri il capogruppo Dario Franceschini è tornato all’attacco e ha accusato il governo, replicando il ministro dello Sviluppo Corrado Passera, di avere avuto «poco coraggio di resistere». Poi Bersani è andato a testa bassa contro l’esecutivo Monti, con toni alla Fassina che fino a ieri non si erano sentiti dalle parti della segreteria democratica. Su liberalizzazioni e lavoratori precoci il Pd «non intende mollare. Quello che non abbiamo ottenuto fin qui, lo otterremo in seguito. Il Pd prosegue le sue battaglie».
Ancora farmacie, taxi e autostrade? Il nuovo fronte del Pd sembra piuttosto quello del lavoro. Monti, sostiene Bersani, non può cominciare dall’articolo 18, «non è la questione». Servono invece ammortizzatori sociali più estesi, che tutelino chi «perde il lavoro magari a 55 anni». Una sfida diretta a Monti affinché realizzi una riforma che potrebbe avere costi notevoli. Il tutto, viene il sospetto, perché il governo sulle liberalizzazioni è stato debole.