Difendo i gay ma niente matrimonio

Su questa faccenda degli omosessuali, qui, fra destra e sinistra, laici e cattolici, bisogna che ci mettiamo d’accordo sui fondamentali. Forse qualche lettore ricorderà che proprio qui sul Giornale diversi anni fa lanciai una serie di articoli sinceri e provocatori a favore della dignità degli omosessuali, anzi della dignità di ogni aspetto della natura umana, fra cui quella omosessuale. Dico subito che per la stessa ragione penso che sia un errore gravissimo quello di chiamare «matrimonio» l’unione, perfettamente legittima e rispettabile, di due omosessuali, maschi o femmine, perché per tutte le culture, in tutte le epoche e in ogni luogo i matrimoni sono soltanto quelli che promettono fecondazione, nascita e cura della prole. Così fra kirghisi e circassi, latini e greci, rivoluzionari francesi e russi, atei e credenti. Sempre e ovunque.
Lasciatemi dire che tutti coloro che hanno dubbi sulla «natura naturale» dell’omosessualità farebbero bene a leggere un acutissimo e letterariamente pregevole libro, Liberi di amare di Laura Laurenzi (Rizzoli), in cui si raccontano con estrema cura le strazianti, meravigliose, tenere e terribili storie d’amore fra Arthur Rimbaud e Paul Verlaine, fra Marguerite Yourcenar e Grace Frick, Federico García Lorca e Salvador Dalí, Greta Garbo e Cecil Beaton, Eleanor Roosevelt e Lorena Hickok e tanti altri.
E anche che chi abbia figli sa che a scuola, ben prima delle elementari, si vedono perfettamente le personalità di quei piccoli che, maschi e femmine, nascono gay: perché gay si nasce e non si diventa, e meno che mai lo si diventa «per vizio», depravazione, degrado, «malattia» e altre scempiaggini che ancora oggi molti immaginano. Un tempo i genitori fingevano di non vedere e non capire, quando capitava loro un figlio o una figlia omosessuale. Oggi va un po' meglio, sicché vedono e capiscono di più. Oggi i genitori che vedono una identità gay nei loro piccoli, imparano ad affrontare una esperienza inattesa, difficile, ma tutto fuorché «innaturale»: la natura è lì a dimostrarlo.
Da giornalista ne ho intervistati tanti, ne ho conosciuti tanti, ho registrato e ascoltato centinaia di storie, tutte diverse ma su un punto tutte coincidenti: il dolore sbalordito e arreso che emerge quando un bambino o una bambina intuisce in modo vago e confuso di non essere, non sentire, non reagire come la maggioranza degli altri maschi e femmine. E che i suoi gusti e le sue inclinazioni sono diversi. E poi la storia della tormentata vita di chi, almeno fino a pochi decenni fa, era costretto a far finta, doveva mascherarsi, nascondere, dissimulare prendendo a forza moglie o marito e magari – come accadde spesso fra i nazisti e i comunisti – mascherare la propria omosessualità perseguitando gli omosessuali.
Vivevo negli Stati Uniti dieci anni fa e rimasi molto colpito da un lungo reportage del Weekly Standard, il settimanale conservatore di William Kristol, in cui si dava notizia del fatto che secondo alcuni genetisti l’omosessualità maschile (non quella femminile) avrebbe un riscontro nel cromosoma «X». Questa ipotesi scatenò un dibattito intelligente, arguto, liberale e tutto di destra. Molti gay di destra si chiesero che cosa succederà il giorno in cui una madre si sentirà avvertire, dopo una amniocentesi, che il bambino che ha in grembo è gay. Ritennero tutti che l’atteggiamento più diffuso, specialmente fra la sinistra abortista, sarebbe stato quello di eliminare prima della nascita il futuro gay, sicché si prospettava una futura società americana in cui madri «liberal», cioè di sinistra e «pro choice», cioè abortiste, avrebbero sterminato quel patrimonio dell’umanità che è la presenza gay in tutte le arti, e che è anche una riserva elettorale e di comune sentire delle sinistre.
Lessi allora che la percentuale dei gay maschi (sembra che sull’omosessualità femminile le valutazioni siano più complesse e meno note) è più o meno pari – come pura incidenza numerica e statistica, senza che le due cose abbiano nulla a che fare fra loro - a quella dei mancini: tanta è la gente che nasce con la prevalenza della mano sinistra (e del lobo destro del cervello) e tanta è più o meno quella che nasce con una identità gay. Naturalmente si tratta di valutazioni approssimative e suscettibili di mille correzioni e aggiustamenti, ma quel che conta è che la natura umana si presenta al mondo in alcune varietà e fra queste è piaciuto a Dio o al caso che vi fosse quella gay, e non soltanto fra gli uomini ma fra tutti i mammiferi superiori osservati dagli etologi.
Chi crede in Dio secondo me è tenuto a credere che Dio abbia voluto mettere al mondo l’identità gay e che abbia avuto le sue buone ragioni e che sia piuttosto bizzarra la pretesa di correggere Dio definendolo deviante, o amico dei devianti. Naturalmente qualcuno può obiettare che non si può imputare a Dio l’esistenza del male, se si ammette il libero arbitrio, ma quanto all’identità sessuale l’identità sessuale non dipende da alcuna scelta e l'arbitrio non è affatto libero: ognuno è quel che è e non è quel che non è, punto e basta. L’idea poi di convertire, piegare, «curare», terrorizzare e intimidire per riplasmare secondo un modello imposto coloro che sono fuori trend, ovvero fuori norma, ovvero «a-normali», mi sembra puramente nazista. O anche comunista, a piacere.
Ne consegue che la natura umana va rispettata e celebrata (ecco la ragione dei controversi Gay pride che sarebbero ottimi se non trascendessero spesso in sfide giocate in modo offensivo sull’oscenità come provocazione) e che nessuno ha diritto di dire: «Se la natura ti ha reso così orrendo e inaccettabile, almeno mascherati, sparisci dalla mia vista, nasconditi, non ti manifestare, non mi disturbare». E questo perché ognuno è fiero, e con ragione, di essere esattamente quel che è. Vi scrive uno che ha passato un’infanzia abbastanza tormentata per difendere la sua identità di rosso di capelli: «il miglior de’ ross ha gettà su madre nel foss», o «rosso malpelo schizzaveleno». Difendere e pretendere che sia difesa la propria identità, è un diritto civile.
Tutt’altra faccenda, lo dicevamo all’inizio, è il matrimonio. Quello è riservato a chi può combinare due patrimoni genetici e dar luogo ad un nuovo essere umano frutto di quella combinazione. Matrimonio vuol dire, almeno nelle intenzioni o nella prospettiva, figli. La Chiesa considera infatti nulli i matrimoni nati sull’intesa di non avere figli. Ma chi come me è laico, si limita a dire che è giusto e doveroso provvedere tutte le unioni e convivenze umane degli strumenti del rispetto e della protezione, ma non è giusto, non è buono e non può essere legale chiamarli matrimoni ed aprire le unioni gay alla prospettiva dell’adozione, perché qualsiasi bambino ha diritto ad avere due genitori, uno con una identità e un comportamento maschile e uno con identità e comportamento femminile, perché con quelle identità dovrà lavorare per costruire la propria identità.
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