La differenza tra bonzi e terroristi che Vattimo ignora

Massimo Introvigne

Degli strani avvenimenti dell'Università di Torino - dove una docente, Daniela Santus, è stata contestata dal Collettivo degli Studenti Autonomi per avere invitato a una sua lezione un diplomatico israeliano, e un appello per bandire dall'ateneo rappresentanti del governo israeliano è stato sottoscritto da varie personalità - si è parlato molto. È perfino possibile che lo spazio dato a bravate dal sapore antisemita rischi di spingere altri teppisti a replicarle altrove.
Merita invece qualche riflessione l'intervista di ieri a La Stampa del professor Gianni Vattimo, dove il filosofo polemizza ancora con la collega Santus («Mi stupisco che possa insegnare») e spiega perché ha sottoscritto un appello dove si chiede che le porte dell'Università di Torino si chiudano senza distinzioni a diplomatici e politici di governo israeliani. Vattimo afferma tra l'altro che la posizione israeliana è «razzista e disumana», che Israele porta avanti «una vera e propria guerra di sterminio che pare destinata a finire solo con l'annientamento dell'altro», che i palestinesi, siccome «non hanno cannoni né bombardano da 10mila metri d'altezza senza correre alcun pericolo» come gli israeliani, «sono costretti a far saltare in aria se stessi», e infine che firmerebbe anche perché si impedisse di entrare all'Università a «esponenti dell'ambasciata statunitense» che venissero «a parlare della guerra in Irak».
L'intervista solleva problemi di metodo e di merito. Il problema di metodo è drammatico: Vattimo ritorna a una vecchia tesi da anni ’70 secondo cui la libertà accademica concederebbe alle Università il diritto di portare avanti una loro «politica estera», diversa e anzi antagonista rispetto a quella del governo italiano, invitando esponenti di movimenti terroristici e che tentano di uccidere i nostri soldati (come la sedicente «resistenza irakena») e mettendo al bando diplomatici e rappresentanti di governi di cui l'Italia è amica e alleata. Naturalmente che cosa pensi o decida l'«università» e «il popolo degli studenti» non emerge dai legittimi organi istituzionali ma da minoranze rumorose, bene organizzate e violente, coperte da alcuni docenti ideologicamente affini e favorite dalla debolezza di autorità accademiche che si limitano a organizzare buonisti «momenti di riflessione e di dialogo» anziché intervenire con la necessaria durezza richiedendo se del caso anche l'intervento delle forze dell'ordine. Sappiamo tutti dove ha portato negli «anni di piombo» l'ideologia secondo cui le università possono costituirsi in repubbliche autonome e separate, zone franche che diventano vere e proprie Tortughe per estremisti di ogni genere e risma.
Sul merito, è desolante ascoltare un noto filosofo ripetere argomenti della più vieta e stolida propaganda anti-imperialista. Dovrebbe essere a tutti ovvio che sono semmai alcune componenti palestinesi a volere l'«annientamento dell'altro» (Hamas lo proclama perfino nel suo Statuto), e a mandare i terroristi suicidi non semplicemente a «far saltare in aria se stessi», ma a far esplodere e morire con loro passeggeri di autobus, frequentatori di mercati, donne, bambini, passanti ignari. La storia per Vattimo sembra trascorsa invano. Il filosofo è fermo a quarant'anni fa: scambia i terroristi per i bonzi vietnamiti, che però davano fuoco a se stessi, non ai passanti. Ma c'è un punto in comune: oggi come allora, la sinistra anti-americana sta con chi usa il terrorismo per preparare il totalitarismo.