Dini e i presunti riformisti caduti giù dagli «scalini»

I mal di pancia e le proteste più o meno minacciose della sinistra che Francesco Rutelli chiamerebbe forse di vecchio conio, visto che egli ha mostrato di desiderare per il futuro alleati di «nuovo conio», non debbono indurre in errore nella valutazione delle scelte del governo per rallentare l’aumento dell’età pensionabile. Più ancora dei comunisti irriducibili e dolenti, ruzzolano per gli «scalini» in costruzione al posto dello «scalone» dell’ex ministro del Lavoro Roberto Maroni i presunti riformisti dell’altrettanto presunta maggioranza.
È sorprendente la rapidità con la quale Lamberto Dini, dopo avere minacciato di votare contro il governo se dal negoziato del presidente del Consiglio con la sinistra e con i sindacati fosse uscito un pasticcio, peraltro a spese anche di una riforma delle pensioni che porta ancora il suo nome, si sia affrettato ad annunciare, testualmente: «Io sto con Prodi». Il quale contemporaneamente si vantava di avere adottato una soluzione «equa e giusta» rinviando al 2011 il divieto di andare in pensione prima dei 60 anni di età e 35 di contributi. Eppure lo stesso Dini, e nella stessa occasione, costituita da un’intervista al Corriere della Sera del 21 luglio, ha detto che «sarebbe stata preferibile una maggiore equità nel reperire le risorse» necessarie a coprire gli alti costi del rinvio. «La formula concordata - ha spiegato Dini - sposta gran parte degli oneri dal lavoro dipendente a quello autonomo e parasubordinato attraverso l’aumento di aliquote e contributi. E poi compie un esproprio delle pensioni più alte». Che per il solo fatto di superare i tremilacinquecento euro lordi mensili, pari a meno di duemilacinquecento netti, dovrebbero essere considerate d’oro e penalizzate con il blocco delle indicizzazioni e supplementi d’imposta camufatti da contributi di solidarietà. «In pratica - ha spiegato Dini - vengono colpiti coloro che hanno poca o nessuna voce in capitolo, come gli stessi pensionati»: quelli, per intenderci, iscritti d’ufficio all’anagrafe dei ricchi e colpevoli forse solo di non essere iscritti alla Cgil.
Continuano disinvoltamente a «stare con Prodi», al pari del sorprendente Dini, anche i radicali di Marco Pannella e di Emma Bonino, ora desiderosi persino di intrupparsi nel nascituro Partito Democratico.
Di cui Pannella, ristabilitosi dai suoi ultimi digiuni, vuole proporsi addirittura come segretario, in concorrenza con Walter Veltroni, Rosy Bindi, Furio Colombo, Enrico Letta e non ricordo più quanti altri, evidentemente per fare meglio «l’ultimo giapponese di Prodi». Che è il ruolo ribadito pubblicamente e orgogliosamente dalla Bonino anche nell’annuncio della sua falsa e perciò rientrata minaccia di dimissioni da ministro, alla vigilia delle decisioni del governo sugli «scalini» dell’età pensionabile.