Per dire sì alla Tav la sinistra vuole guadagnarci

Vittorio Mathieu

Non è esatto che il centrosinistra non voglia nessun lavoro per migliorare le infrastrutture. Le incertezze sulla Tav, la contestazione del ponte sullo Stretto, la rinuncia a proteggere Venezia dall’acqua alta sembrano non lasciare dubbi, solo perché sono lavori da cui il centrosinistra non spera che traggano utili aziende ad esso legate. In altri casi - singolarmente meno importanti ma non meno cospicui se presi insieme - i lavori si approvano e si fanno. L’Emilia-Romagna è stata per questo spesso portata come esempio di efficienza. Anche a livello comunale, fatte le debite proporzioni, assistiamo a impegni che, se fossero utili, sarebbero esemplari. Ne cito uno per ragioni di esperienza diretta. Riguarda il Comune di Roma, anzi, una sua parte, minima per estensione ma grande per importanza: piazza di Spagna. Era davvero così essenziale allargarvi i marciapiedi? Qualche utilità l’avrà avuta, ma non paragonabile, ad esempio, all’abolizione delle complesse e costose manovre per traghettare merci e passeggeri per la Sicilia.
C’è stata, prima di iniziare i lavori in piazza di Spagna, qualche discussione tra i residenti, e ad alcuni spropositi si è rinunciato, ma la spesa complessiva, la scomodità per turisti e passanti, le perdite per gli esercenti della zona sono rimaste spropositate. In altri «municipi» del Comune i marciapiedi sono stati prima allargati e poi ristretti, e viceversa. La domanda «a chi giova», che non si pone certamente per salvare Venezia, è lecita per lavori che si potrebbero risparmiare. Le sinistre accusano di «conflitto di interessi» il ministro Lunardi, ma i sospetti sarebbero molto più comprensibili a carico di amministrazioni; anche se si tratta, non ne dubito, di cattivi pensieri.
Un caso memorabile è quello della metropolitana di Torino. Ora finalmente funziona per un tratto, ma un progetto più complesso, anche se meno avveniristico, era pronto da decenni. Stanziamenti anche statali erano disponibili, ma l’amministrazione che aveva preparato il progetto non era di sinistra, le ditte appaltatrici neppure, e tutto fu fermato appena i comunisti tornarono padroni. Per qualche giorno si videro perfino manifesti con la dicitura: «La metropolitana è per ricchi»: talmente demenziali che qualcuno li fece togliere. Per decenni Torino rimase l’unica città di quelle proporzioni, nel mondo sviluppato, priva di una metropolitana; e questo influì di sicuro sulla sua decadenza, a cui ora si spera di portare rimedio con le olimpiadi invernali.
Le opere pubbliche non sono, come credeva Lord Keynes, un mezzo per aumentare la domanda aggregata: sono un mezzo per ridurre i costi di produzione. Se chi lavora spende buona parte del suo tempo e delle sue forze per spostarsi, il lavoro viene a costare di più, anche se mal pagato. I produttori non reggono la concorrenza ed escono dal mercato. Infatti, anche quando le opere pubbliche sono offerte a pagamento, come le autostrade in Italia, gli utenti mostrano di giudicarle utili pagando il pedaggio. Se però l’autostrada diviene una trappola, il vantaggio si perde. Necessario, dunque, migliorarle, non meno dei treni per i pendolari.
Queste cose le sanno anche a sinistra ma, quando non c’è una speranza di lucro, c’è il timore di gruppi che si oppongono adducendo ragioni di umanità, di igiene, di ambiente. Principi che sarebbero sacrosanti se non si dimostrassero meri pretesti. Quei gruppi, comunque denominati, praticano solo il ricatto e il centrosinistra tace perché ne ha paura. La speranza che pratichi un buon governo che ha paura del ricatto è nulla.