Il dittatore che si credeva Dio e seminava l’odio e il terrore

Luciano Gulli

Strano destino, quello di Saddam Hussein. Al Capone, che per burbanza gli somigliava più di Slobodan Milosevic, la volpe dei Balcani, e aveva sulla coscienza decine e decine di morti ammazzati, pagò pegno, alla fine, solo come evasore fiscale. Saddam Hussein, accusato (a torto) di essere il grande vecchio di Al Qaida e di nascondere armi di distruzione di massa (due questioncelle elaborate su un tavolino di Washington per giustificare l’annichilimento del suo regime) finirà invece al patibolo, se ci finirà, per una questione tutto sommato marginale nella sua fulgida carriera di dittatore sanguinario: la morte, per gas, di 148 sciiti eliminati a Dujail la bellezza di 24 anni fa. Un episodio preistorico nel suo palmarès di omicida.
Di lui, il mondo serberà tre immagini che in qualche modo racchiudono e simboleggiano la sua parabola. La prima è quella del presidente bonario, del buon padre della patria che accarezza il capo di un bambino inglese trattenuto in ostaggio al tempo della prima guerra del Golfo. La seconda è quella dell’uomo sconfitto, del vegliardo spaurito estratto dalla fossa in cui si era rintanato nelle campagne di Tikrit, dopo che il suo regime, insieme con la statua che ne simboleggiava l’invincibilità, erano caduti nella polvere a Bagdad. La terza è quella del tiranno che non si arrende, e che nell’aula del Tribunale che lo ha infine condannato a morte ritrova la sua ribalderia, la verve degli anni migliori, e tratta i suoi giudici come dei servi, dei traditori, dei giuda. Un uomo non piegato dalla storia e dal destino, schizofrenicamente incapace di vedere che tutto si era decomposto attorno a lui. Morti in battaglia con gli americani i due figli Uday e Qusay, i resti della famiglia sparpagliati, il Paese allo sbando, il caos e la guerra civile.
Lo scrittore inglese Simon Henderson (autore di Instant Empire, la più dettagliata biografia di Saddam Hussein) notava che era difficile trovare immagini del raìs che corrispondessero alla sua reputazione di assassino. L’unico flash che lo ritraeva in pose guerresche era una scena passata in tv in cui esplodeva un colpo di fucile in aria, sulla testa di una folla osannante. Per il resto, il califfo di Bagdad ha sempre puntato a dare di sé l’immagine rassicurante del padre della patria e dell’illuminato statista. Prima che tutto andasse in malora non c’era angolo o piazza del Paese da cui il Grande Fratello che sapeva e vedeva tutto non si ergesse vestito da fedele musulmano, da contadino iracheno, da generalissimo o da impeccabile uomo di Stato occidentale, in giacca e cravatta. Ultimamente, quando anche i suoi sudditi si erano rassegnati a tenerselo per sempre, e anche lui si era infine convinto di essere un padreterno (prima che i due Bush, padre e figlio, lo prendessero in uggia) prediligeva una mise da pensionato a Miami: camiciole sgargianti con le maniche corte, occhiali da sole, uno Stetson di tela bianca sul capo.
Dietro quella parvenza rassicurante, serena, soddisfatta, vegliava l’uomo di sempre: il despota sanguinario, l’uomo che aveva imposto a un Paese difficile, diviso al suo interno fra etnie inconciliabili e verticali differenze religiose, culturali ed economiche, un regime di ferro. Era l’Irak in cui la simulazione, l’inganno, la cospirazione, il terrore e la delazione anche fra consanguinei ricordavano da vicino i migliori anni dello stalinismo.
C’è un episodio antico, nella sua biografia di uomo che tutto sommato si era fatto da sé, scalando i vertici del partito Baath, che restituisce per intero la dimensione dell’assassino che lo abitava. Accadde durante la guerra con l’Iran, durata otto anni, quando gli americani lo vezzeggiavano e gli passavano quelle armi di distruzione di massa che gli consentirono di non soccombere davanti al rullo compressore dei pasdaran di Khomeini. A una riunione di vertice con i suoi ministri e i suoi generali accadde dunque che uno dei mammasantissima del sinedrio che lo attorniava ebbe l’infelice idea di proporre al tiranno un accomodamento col nemico per porre fine al conflitto. Saddam lo ascoltò attentamente fino in fondo, simulando interesse. Poi invitò il malcapitato a seguirlo in una stanza accanto. Qualche secondo dopo si udì uno sparo. Quando la porta si riaprì, il raìs era solo. Alle sue spalle, riverso in una pozza di sangue, l’improvvido ministro stava tirando gli ultimi.
Raccontano che un’altra volta, al termine di un pranzo luculliano al quale erano stati comandati zii e nipoti, generi e cognati, cugini e fratellastri, figli e figlie, Saddam Hussein se ne uscì con questa sorridente esclamazione: «Ah, che cosa non farei per la famiglia». Il raìs non aveva ancora finito di parlare che il gelo, se non già il terrore, si era dipinto sul volto di alcuni dei presenti. Non ci fu bisogno di aggiungere altro. Gli «avvertiti» si alzarono e lasciarono la sala in silenzio. Di essi non si seppe più nulla. Morti di pallottola finirono anche i suoi due generi, il generale Hussein Kamel e il fratello di questi, Saddam Kamel, accusati di «revisionismo».
Aveva una famiglia che era insieme clan, tribù, setta, partito unico. Una carovana legata da vincoli di sangue all’interno della quale si tramava, si tradiva, ci si sposava, si uccideva. Una famiglia divisa da odi profondi, da rancori antichi che attraversavano orizzontalmente i tre rami in cui era divisa: quello degli Al Majid, che discendono dal padre di Saddam; quello dei Khairallah, a cui apparteneva la madre di Saddam; e gli Ibrahim, dal nome del tipo col quale la madre di Saddam, rimasta vedova, era convolata a nuove nozze.
Ossessinato dai complotti, Saddam viveva spostandosi fra i suoi mille palazzi e i suoi bunker circondato da un doppio anello di fedelissimi. La sua parabola cominciò a declinare dopo l’invasione del Quwait, che il raìs contava di inghiottire in un boccone con l’avallo degli americani. Un abbaglio che gli costò la prima mazzata, nel ’91. Ma già allora aveva perso ogni contatto con la realtà. Era convinto che gli arabi fossero un popolo superiore, che gli americani fossero ancora vittime della sindrome del Vietnam e non sopportassero il colore del sange dei loro soldati, e che alla fine il popolo irakeno si sarebbe sacrificato per la causa nazionale. Il resto è cronaca degli ultimi anni. Il regime in pezzi, il raìs agli arresti, la guerra civile strisciante e gli americani nella palude, in cerca di una onorevole, ma difficile via d’uscita dal manicomio irakeno. Ne valeva la pena?