È diventato un bene di lusso

I figli so' piezz'e core e anche di portafoglio. Guardando un neonato nella culla vi verranno in mente un'infinità di pensieri (quant'è carino, tutto suo padre/sua madre, quanto pesa, farà l'ingegnere) ma non avrete certo messo a fuoco questo piccolo dato: portarlo alla maggiore età vi costerà la bellezza di trecentomila euro. Di media, perché ci sono differenze tra nord e sud, tra figli maschi e figlie femmine (che già da piccole sviluppano un primato di genere, ossia prima di diventare delle specialiste nello shopping in prima persona, costano già ai genitori quasi il doppio di un coetaneo).
I mass media si occupano dei costi di crescere i figli una volta l'anno: all'inizio della scuola, quando si fanno i consueti conti in tasca alle famiglie e le prime pagine dei giornali, i tg si riempiono di servizi sul caro libri, quanto si spende per il sussidiario nuovo e la cartella delle Wings o dei Gormiti. Tutto dura un giorno e poi si inabissa nel dimenticatoio dei rincari generali (luce, gas, gasolio, benzina, autostrade). Ci abbiamo fatto l'abitudine e alla fine queste cifre non fanno più notizia.
In verità il costo per l'istruzione, come dimostra l'inchiesta del Giornale, non è il maggiore. Al primo posto nelle spese di una famiglia media ci sono i 60mila euro per pagare colf e babysitter. Chi se lo può permettere. Perché chi non guadagna abbastanza per avere un aiuto domestico, i figli non li fa proprio. O rimanda il più possibile. Oppure, qualcuno in famiglia smetterà di lavorare per crescere la prole. E non c'è bisogno di specificare quale dei due partner sarà.
E qui si potrebbe aprire un lunghissimo capitolo sul lavoro femminile in Italia, sulla mancanza di asili nido pubblici, sulla riottosità delle aziende a concedere part time previsti dalla «famigerata» legge Biagi, sulle carenze di un Paese che è ancora abituato a vedere la soluzione di tutti i problemi nella vecchia e cara mamma che sta a casa e provvede a tutte le necessità. Ma è un capitolo troppo scontato e il discorso ci porterebbe troppo lontano.
In verità il costo di crescere un figlio non si vede. È una parcella salatissima però difficilmente quantificabile. Quanto vale una notte in bianco? Quanto vale una giornata al pronto soccorso per una caviglia rotta giocando a pallone? L'ansia dell'attesa quando escono con il primo motorino? I grattacapi di un figlio che non vuole studiare? O quando siete convocati dal preside perché ha imbrattato i muri con lo spray? Ogni scelta che riguarda un figlio è uno stress, perché c'è sempre il dubbio che non sia quella giusta.
Forse ha ragione Giuliano Ferrara: si fanno troppo pochi figli e si fanno troppo tardi. L'Occidente ha perso il senso sacro della riproduzione della specie e a Londra come a Milano, tanto per dire due città teoricamente all'avanguardia, i figli sono considerati un bene da ricchi. Uno più o meno se lo possono permettere tutti. Due è già un lusso. Dai tre in su diventano uno status symbol. Sfoggiare una famiglia con cinque figli oggi rappresenta quello che un tempo era portare la moglie a teatro con la pelliccia di visone. Vuol dire che sei almeno benestante, che hai una casa abbastanza grande per metterceli tutti, e una macchina abbastanza spaziosa per trasportarli.
Un giorno all'uscita di scuola ho sentito una madre esasperata che diceva: «Da quando ho smesso di lavorare per stare dietro ai bambini, sono diventata una governante di lusso». Questa frase mi è ronzata nel cervello per un bel po'. E infatti me la ricordo ancora. Perché, se ci pensate, è una frase agghiacciante.
Solo una madre di un Paese ricco dice una cosa del genere. Per chi ha pochi soldi, i figli sono invece un valore. Le badanti e le babysitter che puliscono il sedere ai nostri pupi, al loro Paese hanno lasciato una prole numerosa. E per loro procreare è un fatto naturale e non si fanno molti problemi.
Insomma, si spendono un sacco di soldi per crescere dei bamboccioni. E se ne spendessimo meno? Forse li cresceremmo meno bamboccioni.
Caterina Soffici