Le divise clandestine della Protezione civile

In manette il titolare dell’azienda: aveva costretto gli otto operai a vivere segregati in mezzo agli scarafaggi. Ora è accusato di sfruttamento di immigrati senza permesso

da Milano

I cinesi sono dappertutto, si sa. Ma la Protezione Civile potevano anche lasciarcela, no? E invece, adesso che hanno messo le mani anche su quella, la domanda, seppur banale, nasce drammaticamente spontanea: chi li fermerà più? Sì. A Milano, nella zona di Baggio, la polizia ha scoperto un laboratorio tessile dove un gruppo di operosi cinesi cucivano nottetempo le divise della Protezione Civile. E non certo per compiere un’opera caritatevole, bensì in seguito a una di quelle complesse questioni di duplice subappalto che, ormai - nonostante la sdegnosa reazione pubblica di molti operatori del settore che lamentano carenza di posti di lavoro per noi italiani e paventano la prossima chiusura di aziende - sono all’ordine del giorno, sia per le grandi firme che per la grande distribuzione. Il laboratorio milanese non era abusivo: il titolare, tale Hu Shaojian, trentenne, è un regolarissimo imprenditore del tessile con tanto di sede in via Rismondo, quella appunto dov’è stato trovato il laboratorio. Certo: sede è davvero un parolone per quell’oscuro e malsano stanzone, diviso da delle traversine in quattro stanze dove otto cinesi tra i 21 e i 42 anni, tra cui due donne, venivano tenuti a lavorare come polli in batteria, grazie alla luce fioca di piccole lampade. L’imprenditore è finito in manette per sfruttamento dell’immigrazione clandestina: sei degli otto cinesi erano irregolari. E nonostante il «magnanimo» connazionale li trattasse proprio come membri della sua stessa famiglia (la moglie e i figli di 2 e 8 anni dell’uomo, durante l’irruzione dei poliziotti, stavano dormendo in una delle tre stanze attigue ricavate appositamente per loro all’interno dello stesso laboratorio, ndr) la sporcizia e gli scarafaggi sparsi ovunque tra le 25 macchine da cucire e nei locali del proprietario erano tali da indurre a fuggire lontano anche gli ospiti più accomodanti, a meno che, come in questo caso, non sappiano di che vivere.
Durante i controlli amministrativi e gli accertamenti contabili la polizia ha scoperto che i cinesi del laboratorio di Baggio stavano lavorando alle divise della Protezione Civile per conto di due piccole ditte di confezione bergamasche di Ambivere e Torre dei Roveri. Fabbriche che, a loro volta, lavorano su commissione di una grossa ditta di Cernusco sul Naviglio che produce abbigliamento da lavoro, ma anche capi di una nota catena di negozi di jeanseria. La Protezione Civile del comune di Milano intanto però smentisce. Salvatore Cinquemani, il responsabile, ha escluso qualsiasi coinvolgimento. «Non siamo noi: l’ultima gara per affidare la fabbricazione delle nostre divise l’abbiamo fatta due anni fa e abbiamo ancora ampie scorte di magazzino» ha detto Cinquemani. E poi ha spiegato: «Ogni comune ha la sua protezione civile e so che della confezione delle divise se ne occupano anche gruppi di volontari. A Milano i nostri capi d’abbigliamento vengono prodotti dalla stessa ditta che si occupa di vestire la polizia municipale». Che è una fabbrica pavese, piuttosto conosciuta tra gli esperti del settore.
Ricordate quando, una volta, i calvinisti dell’operosità, ci additavano gli orientali come modello da cui prendere esempio? «Loro sì che lavorano! Guardate - dicevano di fronte a filmati girati in quelle lontane aziende dove gli operai sembravano tante dimesse formichine -, mica vanno a prendere il caffè al bar, loro!». E adesso che per la loro operosità unita alla competitività irraggiungibile del costo del lavoro e della merce quegli stessi orientali stanno mandando a gambe all’aria il nostro settore tessile, ragionandoci, non era forse meglio qualche caffè in più?