IL DIVORZIO DELLA BASE

Fortunatamente c'è ancora il metalmeccanico che fischia e che contesta, dal basso dei suoi 1.200 euro di salario. E soprattutto che non si lascia intimidire dagli aut-aut di Guglielmo Epifani. Fortunatamente le assemblee di Mirafiori hanno rotto il clima di bonaccia con cui Prodi cerca di tenere insieme tutto e il contrario di tutto. Della Fiom si può dire qualunque cosa, ma non che non rappresenti una sinistra reale a fronte di una sinistra che ha i suoi strumenti preferiti nella satira, nello spettacolo, nei media e nei grandi poteri; qualunque cosa, ma non che non sia un sindacato rappresentativo di operai (o di una parte di operai) che con il loro lavoro producono ricchezza a fronte di sindacati che invece tutelano coloro a cui è redistribuita questa ricchezza.
Non è l'antagonismo di carta dei giochi e degli equilibrismi all'interno dell'Unione. È un problema vero e come tale peserà su un'architettura politica in virtù della quale l'Unione non può prescindere dalla parola dei sindacati, in particolare della Cgil, e la Cgil non può non tener conto dello scisma operato dalla Fiom sul protocollo del Welfare. Uno scisma che ha trascinato Rifondazione e l'area antagonista della maggioranza, certamente più interessata al compromesso che alla rottura della coalizione, ma ormai costretta ad inseguire.
Con il paradosso che ora è la Fiom ad avere nelle sue mani la politica italiana. Benché la sua leadership continui a dire che la partita in cui è impegnata è di natura strettamente sindacale, sono le voci degli operai di Mirafiori a testimoniare il contrario. Quando il governo Prodi non è considerato «amico», quando si dice apertamente che con Berlusconi a Palazzo Chigi ci sarebbe stata una mobilitazione di piazza, il segno della frattura diventa evidente. Ma è anche il segno ulteriore - va aggiunto - del fallimento prodiano che, sì, riesce a tenere insieme gli infiniti partiti della sua coalizione, ma non la loro base. Con il risultato, a questo punto, di essere esposto anche al terremoto possibile del referendum organizzato dai sindacati. Se ci sarà un no prevalente fra le categorie produttive, quali ne saranno le conseguenze?
La strada è sempre più stretta, perché se Bertinotti dice che «è ancora aperta» la partita sul protocollo del Welfare, c'è una parte della maggioranza per la quale è invece chiusa, così come è chiusa per altri protagonisti della Concertazione, a cominciare da Confindustria.
Anche in questo caso, comunque, la sinistra italiana raccoglie quel che ha seminato. Ha inseguito antagonismo e movimentismo, favorendone l'espansione perché non gli ha contrapposto un riformismo forte, ma soprattutto non ha saputo inventare politiche a difesa dei ceti e delle categorie sociali più esposte. È la sinistra dei ceti medi che ha dimenticato gli operai e che appare disarmata, sorpresa e quasi impotente davanti ai metalmeccanici, alle mitiche «tute blu», per decenni simbolo di una capacità d'urto e ora ridotte a simbolo di precarietà.