La «dolce vita» italiana degli 007 della Cia

Gianluigi Nuzzi

da Milano

L’allargamento delle indagini ai contatti tra Cia ed esponenti degli apparati dello Stato italiano per gestire la cattura ovvero la rendition di Abu Omar e l’apertura di un fronte americano con l’imminente richiesta di estradizione per i 13 agenti accusati del rapimento dell’ex imam prelevato il 17 febbraio 2003. La forbice operativa della Procura di Milano s’affila lungo queste due direttrici. Tra oggi e domani il procuratore aggiunto Armando Spataro, titolare del fascicolo, si confronterà ancora con il procuratore capo Manlio Minale per fissare il calendario delle attività investigative. Un monitoraggio, quello voluto da Minale, che pare quasi scontato. Sono infatti già visibili gli inevitabili riflessi che l’inchiesta determina e produrrà sia nei rapporti tra i Paesi coinvolti (Italia, Usa, Egitto), sia a Roma. Spataro vuole infatti accertare se e quali soggetti (magistratura, forze armate e di polizia, intelligence) pur conoscendo in anticipo il blitz americano di via Guerzoni, o hanno fatto finta di non saperne nulla, oppure vi hanno dato direttamente o indirettamente ausilio.
Allo stato è solo un’ipotesi di lavoro visto che ufficialmente sembra che nessuno sapesse nulla. Certo gli elementi finora raccolti sono contraddittori. Ad esempio, la presenza in via Guerzoni di due persone che avvicinano Abu Omar parlando in italiano (come ha indicato un testimone) non dice nulla sulla nazionalità degli stessi. Certo, è elemento di qualche suggestione ma potrebbe anche trattarsi di agenti bilingui della stazione Cia in Italia oppure di 007 arrivati dagli Usa e che conoscono quanto basta della nostra lingua. Di sicuro pare improbabile che nessuno, né a livello centrale né periferico, si fosse accorto della presenza dei 19 agenti della Cia in Italia. Per settimane si muovono con dimestichezza e in totale libertà. Utilizzano auto, aerei, telefonini, alberghi. Compiono sopralluoghi, blitz, trasferimenti, senza accendere nessuna spia negli ambienti diplomatici, della sicurezza e della magistratura. Senza dimenticare che l’ex imam era già coinvolto in diverse inchieste e, pare, anche pedinato.
Di certo è un caso senza precedenti. Scandalizza anche la stampa aldilà dell’Atlantico. Più per le spese e i lussi degli 007 quanto per il sequestro dell’ex imam compiuto in uno Stato amico. «Secondo gli inquirenti italiani - scrive ad esempio il ”Washington Post“ - per i 13 agenti dell’intelligence a cui era stato affidato due anni fa il compito di arrestare un predicatore islamico a Milano la missione è stata un compromesso tra la serie di James Bond e una vacanza pagata con i soldi dei contribuenti. Secondo le carte processuali, gli americani hanno pernottato in alcuni dei migliori alberghi di Milano in alcuni casi anche per sei settimane spendendo qualcosa come 500 dollari al giorno utilizzando i conti Diners Club creati per mascherare la loro vera identità - scrive il reporter Craig Whitlock - Successivamente, dopo aver rapito l’obiettivo e condotto al Cairo sotto il naso della polizia italiana, alcuni di loro hanno trasformato il loro viaggio in Europa in lunghi week-end a Venezia e Firenze prima di lasciare il paese».
gianluigi.nuzzi@ilgiornale.it

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