Il dolore dell’abbandono di una terra di leggende

In Carso, nella val Rosandra che s'incunea alle spalle di Trieste, c'è la chiesetta Santa Maria in Siaris a metà strada tra Italia e Slovenia. Esisteva già al tempo di Carlomagno e i bestemmiatori, per penitenza, vi salivano a piedi nudi. È testimonianza di una fede antica e sembra invitarci, per non cadere nella bestemmia della dimenticanza, a ricordare qualcuno dei tanti soprusi subiti dagli italiani d'Istria.
25 maggio '45: una ventina di uomini e donne, legati a coppia con fil di ferro, vengono avviati alla Foiba di Pisino e intanto recitano, anzi gridano: Padre nostro! 23 gennaio 1947: i francescani trasferiscono a Cittadella, nel padovano, l'Orfanotrofio S. Antonio di Pola. Marzo 1948: il Tribunale slavo di Buie delibera la confisca del Monastero Benedettino di Daila e S. Onofrio e manda cinque monaci ai lavori forzati.
Ricordava Fratel Umberto (Giovan Battista Bellone, che fu rettore dello Champagnat e fondatore del Centro sportivo) come i Fratelli Maristi avessero dovuto far fagotto in fretta, e quando già c'era attrito, da due luoghi della Serbia dove avevano portato solo il bene dell'istruzione: nel '39 da Monastir (oggi Bitolj al confine con la Grecia) e nel '41 da Belgrado.
Gli espropri non toccarono solo secolari proprietà del clero cattolico ma anche famiglie note nel mondo per le loro industrie come i Luxardo e i Vlahov, produttori del maraschino di Zara. Ai Windschgratz, principi tedeschi, fu espropriata una falegnameria a San Pietro del Carso e, sempre in Carso, Castel Lueghi, la grotta-castello che avevano acquistato da Michele Coronini. Questa famiglia è ancora ricordata perché non lontano, nella valle degli Archi Naturali di Rio dei Gamberi, esiste sotto l'Arco Piccolo il ponticello fatto costruire da loro; in questa valle, dalla cavità dell'Arco Grande si scendeva alla grotta del Tessitore. Come racconta la leggenda era un avido artigiano, che obbligava i figlioletti a tessere di domenica: fu punito per l'eternità e ancor oggi borbotta sinistro quando monta la piena.
Terra di leggende e di bellezze struggenti che ci fanno comprendere il dolore dell'abbandono. La paura poté più di tutto come testimonia una foto del luglio '54 quando il paese di Crevatini temeva di essere annesso alla Jugoslavia. Quella foto accompagnava un articolo di giornale locale intitolato «Da Crevatini si vede Trieste» e portava la didascalia: «La cortina di ferro è più vicina». In effetti ciò accadde il 4 novembre del '54 poiché era in zona B, di cui poi il trattato di Osimo del 10 novembre '75 cedette anche la sovranità fino ad allora italiana.
Per non dimenticare, fatti tragici da due città martiri: la dalmata Zara e Fiume in fondo al Quarnaro («Il Carnaro che Italia chiude e i suoi termini bagna» come scrisse Dante). Zara, prima della guerra, aveva 20mila abitanti (solo 12 le famiglie slave): 14mila andarono esuli in Italia, 4mila restarono sepolti sotto i 54 bombardamenti alleati (i comunisti titini segnalavano gli obiettivi civili come militari) e 2mila furono vittime della «pulizia etnica».
I fiumani mal digerirono l'8 settembre '43 subito battezzato «el ribaltòn», accompagnandolo con altre espressioni dialettali «me se ribalta el stomigo» o «se gavemo ribaltà de la vergogna». Ebbero un coraggioso generale Gastone Gambara, che non fuggì ed organizzò la difesa della città dai titini prendendo accordi con il colonnello tedesco Völcker, comandante del 194mo Reggimento. Nel libro L'Olocausta Sconosciuta (sottotitolo Vita e morte di una città italiana di Amleto Ballarini, 1986) il tedesco, che raggiunse la città passando tra le linee slave, è detto intrepido. In città il 9 settembre si erano fermati senza fuggire anche i mille uomini del Reggimento Cavalleggeri di Saluzzo, il gruppo della divisione Bergamo, 250 carabinieri... Ma il 4 maggio '45 la bandiera slava venne issata in piazza Dante quando ormai le forze italo-tedesche avevano abbandonato la città: il 16 ottobre '45 un ragazzo di 18 anni, Giuseppe Librio, tanto coraggioso quanto incosciente ammainò la bandiera e fu subito ucciso a colpi di pistola.
Un altro ragazzo fiumano, Bruno Raicich, nel novembre '42 quando compiva 21 anni, aveva scritto la sua ultima lettera ai genitori dalla Russia dove era sottotenente nel 52° Reggimento Artiglieria della Divisione Torino: «La temperatura si mantiene ragionevolmente sotto zero. Sono ormai un veterano delle steppe e senza feste sono entrato nella maggiore età, ma voi non tormentatevi perché in me c'è orgoglio e gioia di non dover dire un giorno con vergogna: non c'ero».
Uno scrittore di Fiume, Paolo Santarcangeli, esule a Torino dove insegnò letteratura ungherese, consigliava di tornare una volta sola nei luoghi delle radici e poi mai più e dà forza al consiglio con le parole di Ulisse a Circe: «Bella è la tua terra, donna, e tutto un nido... Ma al mio paese il cielo risuona di rondini e gli alberi mettono radici severe. Dorme nei miei occhi per sempre quella contrada, né conosco contrada più bella». Un istriano, Pier Antonio Quarantotti Gambini, esule a Venezia, spiegava al conterraneo Guido Miglia: «Se un giorno dovessi scrivere la mia autobiografia, la intitolerei Un italiano sbagliato. Come uomo sento di essere qualcosa di simile a uno straniero in patria ora che so quanto ipotetica fosse l'Italia un po' nordica e un po' europea per cui sospiravano i giuliani soggetti all'Impero».