Domanda: ma un embrione ha meno neuroni di un astice?

All’inizio della Genesi biblica, Iddio rivolge un imperativo agli uomini affinché nessuno tocchi e faccia del male a Caino che ha appena ucciso il suo fratello Abele.
Quest’invito perentorio è diventato anche il layout di una meritevole associazione di ispirazione radicale, che lotta contro la pena di morte nel mondo, presieduta in Italia da un ex terrorista divenuto parlamentare della Repubblica.
Considero effettivamente la pena di morte un insulto alla civiltà. Non solo perché nessuno Stato può disporre della vita umana, che è un bene assoluto, non negoziabile e non disponibile a nessuna autorità umana, qualunque sia il delitto o il castigo. Ma anche perché le sofferenze possono diventare inenarrabili, come su certe sedie elettriche in cui il condannato viene arrostito per 20 minuti, in certe camere a gas in cui si spasima per mezz’ora, o in quel tentativo di iniezione letale sospesa nel Texas, dopo circa 100 tentativi di inoculazione nelle vene occluse di un tossico. È giusto occuparsi del dolore di Caino, ma anche di quello di Abele. La vicenda del risveglio, dopo 23 anni di stato vegetativo ci può fare immaginare quale angoscia ci sarebbe stata nel trapasso, provocato, di chi pur senza poter parlare, come in un incubo, era perfettamente consapevole di quanto accadeva intorno a lui.
E che dire delle possibili sofferenze di tutti coloro che sono sottoposti a forme semivolontarie di eutanasia, o a trapassi dolorosi senza adeguate cure palliative? O di bambini che muoiono per diarrea e disidratazione in Africa, uno ogni 4 minuti? Salvarne 50 costerebbe quanto una confezione di Viagra. Ma c’è un aspetto delle sofferenze di Abele di cui nessuno ha parlato. Il Movimento Per la Vita ha dimostrato che una delle più efficaci forme per far riflettere una donna circa la scelta di interrompere la gravidanza, è mostrare la dettagliata ecografia tridimensionale di un feto di 12 settimane perfettamente eliminabile, anche senza ragioni terapeutiche, per sola scelta della donna. È un piccolo bambino quasi perfettamente formato, con occhi, naso, bocca, gambine, piedini, un cuoricino che batte, 5 dita nelle mani e nei piedi e i primi movimenti spontanei per succhiarsi il pollice.
Ha centinaia di migliaia di cellule cerebrali perfettamente in funzione e avverte tutti i cambiamenti nel corpo della madre e nel funicolo ombelicale, oltre che le vibrazioni, come la musica intorno alla pancia. Bene, sapete quanto ci mette a morire questa creatura dopo la somministrazione di una RU486? Circa 48 ore, cioè 2 giorni. E per asfissia da espulsione dall’endometrio, cioè per soffocamento. Si obietterà che non c’è dolore perché non c’è coscienza. Innanzitutto, chi lo sa? Visto che comprovatamente poco più avanti nella gravidanza i feti persino sognano. Ma voglio ricordare che, forse giustamente, i Nas di Milano hanno elevato un salatissimo verbale e una denuncia penale a un ristoratore che teneva astici e aragoste vivi su una bacheca di gelo, ritenendo che queste creature, che hanno un cervellino infinitamente più piccolo di quello di un feto umano, possano soffrire per il freddo: ancorché abituate ai rigori del Baltico e del Mare del Nord. Ma del piccolo avvelenato e soffocato nessuno sembra preoccuparsi. Lungi dal voler colpevolizzare donne che non potranno mai essere obbligate a trattenere dentro il proprio corpo una creatura che considerano poco meno di un alien.
Ma è un classico esempio in cui non ci sono interessi convergenti tra madre e bambino, in cui forse è legittimo (non so se giusto) che i diritti della madre prevalgano.
Il razionale della legge sull’interruzione di gravidanza prevedeva specificamente questo problema, offrendo e proponendo alla madre un tempo di riflessione, e allo Stato e al consultorio, che non hanno mai funzionato in questa direzione, la proposta di misure per la tutela della vita del nascituro. Come ad esempio la conclusione anonima della gravidanza e l’adozione in una moderna ruota degli abbandonati.
Nessuno vuole essere sadico o punitivo con le donne che vogliono rendersi la vita un po’ più facile e la riflessione più breve. Ma l’uso diffuso di un veleno, distribuito in Spagna alle minorenni in farmacia e senza l’autorizzazione dei genitori, ci pare davvero troppo. E chissà come lo distribuiranno in Italia. Perché non nelle tabaccherie come si faceva col vecchio chinino? Se questo «lassativo della vita» diventerà una buona prassi diffusa, non credo che saranno soltanto i nascituri a rimetterci. L’aborto è sempre un dramma, innanzitutto per la donna. Ricordo, da giovane medico nelle corsie ospedaliere, donne di 80 anni che nella raccolta in cartella dei loro dati sanitari ricordavano, piangendo, aborti di mezzo secolo prima. Ma non erano lacrime solo di disperazione e di rabbia. Sulla consapevolezza, sul rimorso, sul rimpianto e sul perdono, avevano costruito anche vite amorevoli, maternità consapevoli e il dono e il rispetto della vita. Una pillola come l’RU486 potrà essere distribuita a breve, insieme anche a uno psicofarmaco dell'oblio. Tutto così diventerà più semplice e banale. Quella che Hannah Arendt chiama la banalità del male.