Domani sera manifestazione a Roma in favore delle minoranze perseguitate, costrette spesso a fuggire dai Paesi islamici sempre più fondamentalisti Violenza contro i missionari, 24 martiri in un anno Cresce il numero dei sacerdoti assassinati, a rischio l

da Roma

Lo ha detto il Papa all’Angelus di domenica scorsa: l’esperienza di Gesù «l’hanno condivisa tanti altri testimoni della verità: uomini e donne che hanno dimostrato di rimanere liberi anche in una cella di prigione e sotto le minacce della tortura». Parole pronunciate all’indomani della pubblicazione della lettera ai cattolici cinesi, nella quale c’erano vari riferimenti alle persecuzioni subite, e pochi giorni dalla manifestazione indetta per domani sera a Roma per iniziativa del giornalista Magdi Allam in favore dei cristiani del Medio Oriente costretti all’esodo dai Paesi islamici dove cresce il fondamentalismo.
In effetti, i numeri parlano chiaro. Da una parte ci sono le cifre dei missionari (vescovi, sacerdoti, religiosi e laici) morti ammazzati ogni anno in tutto il mondo. Dall’altra c’è la fuga massiccia dei cristiani da regioni dove la loro presenza è bimillenaria e dove la sopravvivenza quotidiana si è fatta sempre più difficile. Nell’elenco stilato dall’agenzia Fides, della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli, si legge che nel 2006 i missionari assassinati sono stati 24 (tra questi don Andrea Santoro e suor Leonella Sgorbati). Erano stati 24 anche nel 2005, molti di più rispetto all’anno precedente, il 2004, quando si erano contati quindici morti. Dei trentanove paesi teatro di massacri di cristiani negli ultimi anni, quasi la metà si trovano in Africa.
Ma il numero maggiore di vittime si ha nei Paesi a maggioranza musulmana, nel continente della fame e delle mille guerre dimenticate, dove, accanto ad esempi di possibile convivenza, crescono fenomeni di intolleranza e fondamentalismo: i cristiani vengono trasformati a causa dell’odio cieco in «nemici occidentali». Gli attentati dell’11 settembre e le guerre in Afghanistan e Irak hanno complicato ulteriormente le cose. Allam informa che «alla vigilia della conquista araba e islamica nel settimo secolo, i cristiani costituivano il 95% della popolazione della sponda meridionale e orientale del Mediterraneo. Oggi, con 12 milioni di fedeli, sono precipitati a meno del 6% e si prevede che nel 2020 si dimezzeranno ancora». Il giornalista musulmano, vicedirettore del Corriere della Sera, ricorda che «il caso più grave è quello che colpisce i cristiani in Irak. Da circa un milione e mezzo prima dell’inizio della guerra scatenata da Bush il 20 marzo 2003, si sono ridotti a circa 25 mila». Andrebbe anche ricordato che prima della guerra, sotto il regime di Saddam, i cristiani sopravvivevano ed erano tutelati molto meglio, mentre ora sono allo sbando, lasciati soli di fronte a un’ondata di violenza senza precedenti, costretti a lasciare il Paese. Gli Stati Uniti hanno persino ipotizzato di creare un’enclave cristiana, una sorta di riserva dove raccogliere i sopravvissuti: progetto che la Santa Sede ha rispedito prontamente al mittente, chiedendo invece alla comunità internazionale di garantire una pace vera e giusta nell’intera area. È curioso notare ciò che spesso viene sottaciuto o ammesso con imbarazzo: proprio stati cosiddetti «canaglia», o considerati tali a seconda delle circostanze, sono quelli che hanno garantito migliori condizioni di vita ai cristiani, come nel caso della Siria, dove il 10-12 per cento della popolazione è cristiana e dove le Chiese sono garantite con uno degli statuti più tolleranti del mondo arabo. In Siria si sono rifugiati molti profughi dall’Irak. Anche in Terrasanta la situazione è sempre più tragica. Manifestare è un modo per ricordare, per non passare sotto silenzio persecuzioni e martirio – come quello tremendo che avviene in Sudan – anche se l’unica vera soluzione può essere soltanto quella di una effettivo coinvolgimento della comunità internazionale che garantisca la pace riconoscendo i diritti di tutti.