Il Don DeLillo più splendente? Cercatelo fra le galassie

Ha ragione Billy: sui piedi nudi dei vecchi andrebbero buttati fiammiferi accesi, perché a guardarli mettono ansia. E a me non dispiacerebbe nemmeno se si potesse praticare l’ectomia a tutte le donne che conosco, come hanno fatto all’urlatrice. Come? Non sapete cosa è un’ectomia? «Serve a zittire le donne quando raggiungono un’età difficile. Ti tolgono gli organi isterici. Tre ore sotto i ferri, forse di più. Adesso quando urla è diverso. Non sembra più un animale, non so se mi spiego». Sulla quarta di copertina l’Einaudi dice che il libro di cui sto parlando fa venire in mente Alice nel paese delle meraviglie ma solo perché oggi va di moda e tutto fa brodo, tutto fa Lewis Carroll. Invece La stella di Ratner di Don DeLillo (pagg. 482, euro 24) è il sequel filosofico di Bouvard e Pécuchet, l’upgrading algebrico del Tristram Shandy, il remake enciclopedico dei Fiori blu di Queneau, e insomma leggendolo si respira aria di avanguardia classica e moderna, da Swift a Robbe-Grillet, da Cervantes a Kafka a David Foster Wallace ma scritto nel 1976, quando David Foster Wallace aveva 14 anni, e pubblicato in Italia solo adesso, con quasi trent’anni di ritardo.
Quattordici anni è inoltre la stessa età del protagonista Billy Twilling, un bambino Premio Nobel per la matematica convocato in un campo di ricerca segreto dove si cerca di decodificare il segnale emesso da una lontana stella che potrebbe spiegare la struttura di tutto l’universo. Nella suddetta impresa ha fallito perfino un gigantesco computer chiamato Cervello spaziale, un computer autocosciente e autoespandibile in cui sono stati innestati pezzetti di tessuto cerebrale di neonati. C’è perfino un gruppo di lavoro impegnato da decenni nella definizione della parola «scienza». Lo stesso romanzo è un sublime ingranaggio linguistico costruito matematicamente, come ha esplicitato lo stesso DeLillo: «Ho provato a scrivere un romanzo che non solo avesse la matematica tra i suoi elementi, ma fosse esso stesso matematica».
Il bambino Nobel è l’ultima speranza dell’umanità per conoscere l’universo, la sua forma, il significato delle cose attraverso il codice emesso dalla stella di Ratner, una sequenza di impulsi di fronte alla quale tutti gli scienziati si sono arresi o impazziti. Il Nobel LoQuadro, per esempio, si sforza così tanto che «si addormenta in modo ricorrente e incontrollabile». Un altro scienziato, Endor, è finito a vivere beckettianamente in un buco nutrendosi di larve, per tornare all’ingenua evidenza delle cose: «La terra si muove intorno al sole, diciamo. Ciononostante, ogni mattina apriamo gli occhi al cielo, da est a ovest, ogni singolo giorno. Si muove. Lo vediamo. Sono stanco di negare quest’evidenza. La terra non si muove. È il sole a muoversi intorno alla terra». Tra segnali da interpretare, calcoli da ricalcolare, flussi-ombra e codici binari, Big Bang e Little Bang, buchi neri e buchi bianchi, farete incontri assurdi e meravigliosi. Come una donna senza grembo, un popolo di indigeni australiani che non conosce i multipli e oltre l’uno tutto è considerato un ammasso (e quindi «la creatura di sogno conosciuta come l’uomo con un occhio e un occhio e un occhio è in realtà un uomo con tre occhi») o un medico più estremo del Doctor House: «affronta solo i casi peggiori. Se le viene un infarto per strada e lui la vede, tira dritto. Se gli dice che ha una mosca tse-tse nei polmoni, con un po’ di fortuna si ferma» e ha battezzato il suo yacht Prostatectomia transuretrale.
Nel cosmo della letteratura La stella di Ratner è quindi un grande romanzo tragicomico sull’entropia, sull’impossibilità della sintesi, un fantastico tentativo di racchiudere tutta la conoscenza in un libro, un pendant ideale del Cosmo di Gombrowicz o del Pasticciaccio di Gadda e dell’idea flaubertiana di scrivere un romanzo sul niente. Volendo, perfino un Finnegans Wake geometricamente ricomposto da un Kafka scienziato, perché alla fine «il confine tra il disinfestatore e lo scarafaggio è sottile». È il capolavoro di Don DeLillo, diventato suo malgrado lo scrittore simbolo dell’America alienata di Rumore bianco e Underworld, qui invece così spiazzante e fantasioso e perfetto da non sembrare neppure scritto da Don DeLillo.