Don Giorgio maledice i caduti ma ora Tettamanzi lo scarica

nostro inviato a Rovagnate
L’ultima predica di don Giorgio, quella che colma la misura e costringe la Curia milanese a scaricarlo pubblicamente, risuona ieri mattina in questa piccola chiesa brianzola. Don Giorgio De Capitani, il prete che sul suo sito web aveva chiamato «mercenari» i caduti di Kabul - e che per questo era stato inutilmente ammonito - non si pente, rilancia, rincara la dose: «Mercenari, farabutti, criminali», definisce i nostri soldati. Una manciata di ore, e gli piomba addosso il comunicato di un cardinale esasperato: Tettamanzi «prendendo le distanze dalle prese di posizioni personali del prete ambrosiano don Giorgio De Capitani, le cui dichiarazioni sono già state oggetto di richiamo solo parzialmente recepito, ribadisce il proprio dolore e vicinanza» alle vittime di Kabul. Dietro la curialità del linguaggio, è l’annuncio della rottura. Del resto anche Benedetto XVI, ieri all’Angelus, ha invitato i fedeli a pregare per i soldati morti in Afghanistan mentre «promuovevano la pace e lo sviluppo delle istituzioni».
«Mercenari, farabutti, criminali», così ieri tuona don Giorgio dall’altare. Certo, sarebbe tutto più semplice da raccontare se a questo punto i fedeli si alzassero indignati e abbandonassero la piccola chiesa di pietra di Monte, frazione di Rovagnate. Invece è solo una donna a insorgere, e a lasciare i banchi gridando «Vergogna!» al prete, che la ricambia urlandole «Vattene». O se don Giorgio fosse un prete in maglione e i suoi parrocchiani venissero dai centri sociali. Invece lui è un omino magro, con la tonaca d’ordinanza, e la sua è una bella chiesa di una volta, con i tanti chierichetti, i banchi pieni come in città non si vedono più, il coro delle pie donne che cantano l’Osanna e l’Alleluia. Nei banchi ci sono le facce perbene e operose della gente dei colli brianzoli. Che ascolta senza scomporsi l’omelia di un prete che si rifiuta di piangere quei morti, perché «fanno il mestiere di uccidere, sono pagati per questo».
Come accada che nessuno - tranne la donna solitaria - si alzi o nemmeno borbotti quando don Giorgio affonda l’invettiva contro i parà, e nemmeno quando divaga sugli operai «che ormai sono cretini e votano Lega e Berlusconi», non è facile da capire. Il gregge sta col suo pastore, apparentemente. E quando don Giorgio annuncia che gli verrà dato il «premio Borsellino», l’intera chiesa lo applaude a lungo, e dalle panche si alzano in piedi per una standing ovation come a teatro. Poi tutti fuori, sul sagrato in ciottoli baciato dal sole, a chiacchierare e a prepararsi al pranzo della domenica.
Questa stranezza non durerà ancora a lungo. «Ormai non c’è più neanche da commentare - dice Alberto Zangrillo, il dottore che al momento della Comunione gli gridò in faccia “terrorista” -. Io sono un medico ma non uno psichiatra, mentre quell’uomo andrebbe interdetto, siamo di fronte a un poveraccio in preda alle sue misere farneticazioni». E l’eco della predica di ieri arriva in fretta fin giù in città, a Lecco, al vicario episcopale Bruno Molinari. È il superiore diretto di don Giorgio, è quello che - davanti alle offensive via blog del prete di Rovagnate - lo aveva richiamato all’ordine, invitandolo a un linguaggio più consono alla tonaca, e lo aveva fatto ammonire dagli avvocati della Curia milanese. Con i risultati che si sono visti. «A questo punto - dice don Molinari - è chiaro che gli strumenti della persuasione non bastano più. Non so in che termini e in che tempi, ma in queste ore si sta pensando a come porre fine a tutto ciò. Perché è evidente che siamo al di fuori della normalità della vita pastorale».
Di esserne al di fuori, d’altronde, don Giorgio lo sa perfettamente. Ci sta bene e ne va orgoglioso. «Perché i profeti sono sempre soli», dice nell’omelia dopo le Sacre Scritture. E «il profeta Elia affrontò da solo 450 profeti di Baal, io ho sfidato solo Castelli e Calderoli e loro non si sono presentati. Ma vengano pure in 450, e io non avrò paura di loro». E non finisce qui, perché nel furore predicatorio, un po’ in italiano e un po’ in dialetto, vola ancora più alto e più lontano, e dice che ai nostri giorni è ancora tra noi «l’eresia docetista, che non credeva all’incarnazione del Cristo, come oggi non crede che la fede si incarni nella vita di oggi, nelle sue battaglie di tutti i giorni, e che se un prete parla di ambiente o di pace lo accusa di fare politica». Quando spezza il pane, don Giorgio spiega che «il pane è simbolo di nutrimento dello spirito, mentre la politica della Lega vi riempie solo il tubo digerente». Quanto durerà, ancora, tutto ciò? «Questione di giorni - dice da Lecco don Molinari - e i provvedimenti verranno presi».