«Don Gnocchi mi ha salvato da una scossa di 15.000 volt»

da Roma

Sperandio Aldeni si è salvato da una micidiale scossa da quindicimila volt, più del doppio di quella che viene riversata sui condannati a morte in sedia elettrica, e ora quel «miracolo» potrebbe finalmente portare don Gnocchi sugli altari.
Sono passati cinquant’anni dalla morte di don Carlo Gnocchi, il cappellano degli alpini sopravvisuto alla storica battaglia di Nikolajewka, quel prete straordinario che il cardinale Schuster voleva vescovo, che padre Gemelli voleva tenere con sé all’Università Cattolica, e che invece realizzerà una delle più importanti opere di carità del dopoguerra. Esce in questi giorni in libreria L’ardimento (Bur, 206 pagine, 9,20 euro), la biografia di don Gnocchi scritta dal cronista del Giornale Stefano Zurlo per la collana dei libri dello spirito cristiano. Una lettura agile e documentatissima, per raccontare la storia di questo sacerdote ambrosiano che ha dedicato la vita ai bambini mutilati di guerra «piegandosi con instancabile amore sulla sofferenza innocente», come scrive nella prefazione il cardinale Carlo Maria Martini. Tra gli elementi inediti portati a conoscenza da Zurlo, c’è la vicenda di Aldeni, artigiano ed elettricista, che il 17 agosto 1979 si trovava a Orsenigo, in provincia di Lecco, in una cabina di trasformazione. A causa forse di un errore dei suoi compagni di lavoro, mentre si trova in piedi su un armadio di lamiera, viene raggiunto da una scarica fulminante e potentissima. Un tuono gli annuncia la morte, la corrente a quindicimila volt penetra il suo corpo, lo fa cadere e picchiare violentemente la testa sui codoli della cella. «Sentii una tremenda vibrazione in tutto il corpo... Rimasi lì, aspettando la morte». Ma Aldeni, incredibilmente, sopravvive. Sente l’odore acre della sua carne bruciata, sanguina per la ferita alla fronte. Comincia a gridare: «Supplicai don Gnocchi di aiutarmi perché non sentivo più le gambe, pensai che sarei rimasto in carrozzina per sempre, come i suoi ragazzi che portavo in giro».
L’elettricista non ha mai conosciuto il prete dei mutilatini, ma nel tempo libero frequenta uno dei centri di don Gnocchi, a Inverigo, e aiuta i volontari a portare in gita i bambini. Sono attimi drammatici. Finalmente i compagni tolgono la corrente e soccorrono Sperandio, che in quel momento ha 45 anni, è sposato e ha tre figli. Incredibilmente, quell’enorme quantità di corrente, non gli ha provocato danni cardiologici e respiratori. L’endocrinologo Aldo Pisani Cerretti, perito del Tribunale ecclesiastico, annota che, «anche in caso di non evento mortale, si sarebbero dovuti riscontrare dei segni di sofferenza di organi interni, attraversati dalla corrente». Si sarebbero dovute verificare insufficienza renale, lesioni nervose centrali, lesioni ossee. Invece niente. «Quella folgore - scrive Zurlo - è passata dentro il corpo dell’uomo, lo ha scaraventato a terra, come nei racconti biblici, poi se n’è andata senza lasciare traccia».
Gianfranco Magni, perito industriale, ha testimoniato: «La potenza in gioco è stata pari o superiore alla potenza di un motore di un autocarro... È l’unico caso, a mia conoscenza, di una persona sopravvissuta a una folgorazione diretta».