Don di Noto: "Pedofili, inchiesta disastrosa"

L’amarezza del prete che ha dedicato la sua vita alla lotta contro gli "orch": "È stata stravolta ogni regola a tutela dei più piccoli. Leggo
cose allucinanti. Mi sconvolge che tanti genitori siano stati interrogati insieme E che la psicologa abbia svolto indagini insieme con i carabinieri"

«L’inchiesta di Rignano Flaminio mi lascia senza parole per quanto è fatta male. Mette a serio rischio tutte le altre inchieste sulle pedofilia nonché il lavoro delle associazioni che si battono contro le violenze sui minori. Mi creda, lavorando da anni con una ventina di procure non ho mai visto procedere in modo tanto disordinato, stravolgendo ogni minima regola a tutela dei bimbi e dei presunti colpevoli sui quali, mi par di capire, al di là del racconto dei minori non c’è il minimo riscontro. Sono amareggiato, letteralmente senza parole. Ripeto: non so se gli arrestati sono colpevoli ma una cosa è certa: nulla è stato fatto seguendo i ferrei dettami della carta di Noto».
Si era ripromesso di non intervenire. Voleva capire, prima. Si era informato, aveva letto tutto quel usciva su Rignano perché, lentamente, s’era insinuato in lui il dubbio atroce dell’inchiesta nata male e finita peggio. E quando ieri il sacerdote più noto al mondo per la lotta contro gli abusi sui bambini ha sfogliato il Giornale, ha detto basta, decidendo di rompere il silenzio. Don Fortunato di Noto, presidente dell’associazione Meter nonché docente di bioetica e sessuologia a Messina, reduce da un’audizione all’Onu interviene in takle scivolato nella partita fra colpevolisti e innocentisti.
Don Di Noto, cosa non la convince dell’inchiesta di Rignano?
«Tutto. Quando manca la chiarezza, quando le modalità d’accertamento degli inquirenti e dei periti non sono quelle previste, quando ci si affida ai soli racconti dei bambini, quando si permette ai genitori di filmare i propri figli e di assumere questi video come fonte di prova, quando i pediatri escludono abusi, quando mancano i riscontri, quando non c’è una prova seria beh... io dico che non si può arrestare la gente così».
È la prima volta che la sentiamo arrabbiato...
«In vent’anni abbiamo fatto tantissime segnalazioni all’autorità giudiziaria, abbiamo scoperto numerosi siti pedopornografici, abbiamo “costretto“ la magistratura ad aprire un’infinità di inchieste, siamo riusciti anche a far condannare i pedofili. Però ci siamo mossi solo quando, dopo riscontri incrociati e un lavoro scientifico sui bambini, abbiamo avuto la certezza che il caso meritasse un approfondimento giudiziario. Qui leggo di cose allucinanti».
Cosa non la convince?
«Non saprei da dove cominciare. Mi sconvolge che più genitori siano stati interrogati insieme, che la psicologa abbia fatto “indagini“ coi carabinieri, che non sia stata trovata una foto, un filmino, una frase favorevole all’accusa quando il pedofilo, di regola, ostenta le sue prede. Dobbiamo essere onesti, e partire da un assunto imprescindibile. Quello che raccontano i bambini non va mai, dico mai, preso per oro colato. Ecco perché trovo incredibile che alcuni genitori possano aver girato video con i figli invitandoli a mimare atti sessuali o molestie. La parte offesa che fa il video, e questo che diventa “prova”, è pazzesco e insensato. Il bimbo va spesso là dove il papà o la mamma lo portano con le domande».
Il video lo avrebbe dovuto fare il perito della procura, e non l’ha fatto.
«Gravissimo. Io sono uno degli esperti che nel 2002 ha partecipato alla stesura della carta di Noto sugli abusi sessuali nell’infanzia, con la quale si dettano le linee guida di psicologia giuridica a cui devono attenersi i periti. Viene spiegato dove, come, quando raccogliere le testimonianze attraverso colloqui videoregistrati - che mancano per Rignano - che sono fon-da-men-ta-li per l’inchiesta. Altrimenti, lo dico per esperienza, si inficia tutto e non si può procedere oltre. Dopo Rignano occorre una verifica sui periti delle procure perché la delicata attività dell’accertamento della verità attraverso la parola di un minore non si può delegare all’improvvisazione. Non possiamo permettere a nessuno di sbagliare, non possiamo permettere ai veri pedofili di stare fuori e a quelli “presunti”, innocenti fino a prova contraria, di finire in galera. Va fatta una valutazione scientifica del racconto dei bambini, non è che uno prende le parole e le butta nell’inchiesta: c’è un lavoro di interpretazione, di studio, di approfondimento. Domande precise».
A proposito di domande. L’opinione pubblica si chiede: ok, le indagini sono state fatte male, ma è possibile che i bambini di Rignano si siano inventati tutto?
«In genere il primo racconto che fa il bambino è quello potenzialmente valido. A seguire - vedi la ripetizione forzata davanti a una telecamera - subentra la cosiddetta “suggestione fantastica”, dove i bambini, incalzati dai genitori, immettono altri elementi, estranei».
Si dà risalto ai disegni.
«Li ho visti, e allora? Non dicono nulla. Tempo fa ci è arrivato un malloppo di disegni di una mamma che denunciava sospetti abusi sui suoi figli. Emergeva sicuramente un trauma, ma ciò non significa automaticamente che sia collegato a un abuso sessuale. Il trauma può essere figlio di un conflitto genitoriale, il papà che picchia la mamma, discussioni in famiglia. Può essere effetto di qualcosa vista in tv o per strada. E poi non vanno sottovalutati l’emulazione, la suggestione, il passaparola, la psicosi, vedere cose normali (il bimbo che si tocca il pisellino perché inizia a scoprire la sessualità) e scambiarle per segnali di oscure molestie».
Morale?
«La pedofilia è un dramma maledettamente serio. Va affrontato seriamente».
gianmarco.chiocci@ilgiornale.it

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