Donna uccisa a coltellate. L'assassino è un "amico"

Gli inquirenti: "La vittima conosceva il suo killer". Dopo  l'agguato l'uomo è fuggito. Si esaminano le telecamere

Un giallo che assomiglia a un femminicidio. Forse, un'altra croce nell'affollata Spoon River degli uomini che uccidono le donne. Movente passionale, come si dice in questi casi: un'ipotesi, ma sorretta da più di un elemento. Lidia Nusdorfi, 36 anni, viene massacrata sabato sera nel sottopassaggio della stazione ferroviaria di Mozzate, in provincia di Como. Era là sotto perché aveva un appuntamento, forse pensava di avere un chiarimento. E invece chi l'aspettava al buio non le ha dato il tempo di parlare o di spiegare. Due coltellate alle spalle: una al torace, l'altra alla gola. Lidia ha fatto in tempo a gridare, due egiziani che erano in attesa del convoglio hanno sentito e sono accorsi: uno dei due avrebbe notato un giovane, probabilmente un italiano, che si allontanava sotto la pioggia con l'ombrello aperto. Un dettaglio da verificare. Tempestivi ma inutili i soccorsi: Lidia è morta dissanguata in pochi minuti. I carabinieri che conducono le indagini sono convinti che la donna non fosse lì per caso: doveva incontrare qualcuno, probabilmente l'uomo sparito subito dopo. E stanno ricostruendo la sua vita sentimentale. Potrebbe essere lì la chiave del delitto. L'assassino aspettava solo il momento adatto per vendicarsi, forse per essere stato respinto. E così il faccia a faccia si è trasformato in un agguato. E in una feroce esecuzione.

Ritorna purtroppo, anche se il condizionale in questa fase è d'obbligo, il solito copione di sangue già visto troppe volte nel nostro Paese. Gli ex partner non sopportano l'idea di essere stati abbandonati e dopo aver tentato inutilmente di riaccendere una relazione ormai spenta, uccidono rabbiosamente, senza pietà, le donne che hanno detto loro di no scegliendo di iniziare una nuova vita. Spesso, a rendere ancora più crudeli questi finali terrificanti, c'è il fatto che l'esplosione di violenza sia in qualche modo annunciata: percosse, minacce, inseguimenti. La morte non arriva improvvisa, la vittima più di una volta ha un brutto presentimento e lo confida a qualche amica o parente, in più di un caso fa anche denuncia. Tutto inutile. Per una ragione o per l'altra il pericolo viene sottovalutato o, più semplicemente, nessuno ferma la mano che sta per colpire. Il governo Letta ha scritto una nuova legge sbandierandola come un passo in avanti importante se non decisivo per la difesa delle donne: ma è lecito essere scettici rispetto alle misure varate all'interno di un circuito giudiziario ingolfato da milioni di procedimenti e ammalato di burocrazia e di un'inguaribile lentezza. La tragedia di Mozzate sembra dunque incanalarsi in questo inesauribile filone di morte. A spingere in questa direzione c'è un elemento notato subito dai carabinieri: l'aggressore non ha portato via nulla, né il portafoglio né la borsetta. Voleva solo colpire e ci è riuscito. Lidia Nusdorfi aveva avuto una lunga relazione a Rimini, poi lei e il suo partner si erano lasciati, ma a Rimini col padre erano rimasti i figli della coppia: due bambini di 11 e 5 anni che ora piangono la madre. L'ex fidanzato, un fornaio albanese di ventinove anni, Dritan Demiraj, è già stato ascoltato ma ha un alibi di ferro. Lei aveva avuto un percorso tormentato: aveva intrecciato una relazione col cugino ventenne del fornaio; poi, cinque mesi fa, era tornata in Lombardia, la sua terra, e si era trasferita a Mozzate, a casa di parenti. Forse nel tentativo di ricostruirsi un'esistenza e di trovare un lavoro che non era ancora arrivato. In paese Lidia potrebbe aver conosciuto l'uomo che sabato sera l'ha ammazzata.