Le donne britanniche pagate 375 euro per donare gli ovuli

Se «Hfea», l'Autorità governativa per la fertilità umana e l'embriologia della Gran Bretagna darà il via libera, l’Inghilterra potrebbe diventare un mercato molto allettante per donne disoccupate e soprattutto per donne dell’Est, che potrebbero farsi un viaggetto a Londra e vendere i propri ovuli.

L’ultima parola è prevista per dopodomani. Se «Hfea», l'Autorità governativa per la fertilità umana e l'embriologia, darà il via libera, l’Inghilterra potrebbe diventare un mercato molto allettante per donne disoccupate e soprattutto per donne dell’Est, che potrebbero farsi un viaggetto a Londra e vendere i propri ovuli. Il compenso è di 250 sterline, circa 375 euro, spese di viaggio escluse. Ma per una donna dell’Est che spesso guadagna cento euro al mese - quando va bene - l’affare è del tutto vantaggioso. Certo, bisogna ingerire una buona dose di farmaci per l’iperstimolazione, ma se la terapia viene gestita da professionisti seri e preparati, il rischio è remoto. Nonostante alcuni scienziati sostengano che i farmaci possano essere molto dannosi per la salute della paziente.
Questo scenario, per il momento, appartiene al futuro prossimo. Oggi è la notizia pubblicata dal quotidiano inglese The Guardian a tenere banco. Sul suo sito On line ha scritto che l’«Hfea» deciderà mercoledì se autorizzare il pagamento in caso di donazione di ovuli da destinare alla ricerca scientifica. In realtà, sarebbe solo un aspetto formale a bloccare il via libera. Il Comitato etico dell'Autorità governativa sembra aver già dato il suo parere positivo perché «i potenziali guadagni scientifici superano di gran lunga le probabili obiezioni».
Nel Regno Unito fino ad ora non è permesso accettare la donazione di ovuli per la ricerca scientifica, tranne quelli rimasti inutilizzati in trattamenti contro la sterilità e nella fecondazione in vitro. Una serie di divieti che avrebbe creato una cronica mancanza di ovuli umani indispensabili ai ricercatori per trovare cure contro i problemi cardiaci, la sterilità, il diabete, i morbi di Alzheimer e di Parkinson.
Così il Comitato etico inglese è corso ai ripari. Contemplando le donazioni a pagamento. Infatti, le donne che accetteranno di sottoporsi alla tecnica invasiva di prelievo di ovuli saranno ricompensate con 250 sterline, più le spese di viaggio ma solo se riusciranno a dimostrare di agire per «scopi altruistici».
La condizione fissata è facilmente aggirabile. Non a caso c'è già chi denuncia il rischio di un «commercio selvaggio» di ovuli. «La cifra di 250 sterline potrebbe essere sufficiente per indurre donne dell'est europeo a venire in Gran Bretagna a vendere i propri ovuli, che verrebbero chiaramente trasformati in una merce», sostiene Donna Dickenson, professore emerito di etica medica all'Università di Londra, per la quale è insufficiente la condizione posta di provare «ragioni altruistiche» per la vendita.
Poi ci sono gli aspetti clinici da considerare. Alcuni ricercatori dell'Università di Padova sostengono che le donne donatrici potrebbero essere esposte ad alcuni rischi, dovuti alla somministrazione dei farmaci che alimentano la produzione di ovuli, e che potrebbero provocare conseguenze gravi. Ma Francesco Fiorentino, genetista, spiega che la terapia farmacologia è analoga a quella che si somministra alle donne non fertili. Dunque, se dosata e controllata da esperti, i rischi di una sindrome da iperstimolazione sarebbe molto remota.
Ma oltre al problema per la donatrice, si pone un altro grande interrogativo, di natura etica. Questi ovociti che fine fanno? Verrebbero analizzati in laboratorio o servirebbero per fecondare degli embrioni? Se la risposta fosse la seconda sorgerebbe un grande conflitto etico. In Italia, per esempio, è vietata la ricerca sugli embrioni. E in Gran Bretagna?