Donne, embrioni, ricerca, fertilità: ecco tutte le bugie del fronte del Sì

Stefano Filippi

E adesso? Laboratori chiusi, ricercatori a spasso, malati senza speranze? Tutto fermo dopo il fallimento del referendum? È il refolo che si trascina il vortice di bugie turbinato negli ultimi mesi. È mancato il quorum, è prevalso l’astensionismo bollato come scelta incivile da chi in Parlamento è specialista nel far mancare il numero legale. Ma c'è soprattutto un'altra verità: la ricerca continua. I promotori della consultazione avevano impugnato la bandiera della scienza quasi fossero gli unici paladini. Falso, perché i più promettenti filoni nella sperimentazione di nuove terapie non utilizzano le cellule embrionali ma le staminali adulte. Il contributo che una vittoria del “sì” avrebbe dato alla cura di malattie come Alzheimer, Parkinson, cardiopatie e tumori sarebbe stato nullo.
Le staminali adulte. Era il gennaio 2004 e in Italia la legge 40 era lontana dall'approvazione, quando il Comitato di bioetica insediato dal presidente americano George Bush pubblicò il testo Monitoring Stem Cell Research. Dal documento risulta che le malattie trattate con successo con cellule staminali embrionali erano pari a zero, mentre quelle con le staminali adulte erano 58 e in questi 15 mesi sono salite a 59: leucemie, tumori, danni cardiaci e varie altre patologie; inoltre le cellule adulte ricostruiscono midollo, pelle, cornee, ossa. I risultati sono importanti, ottenuti in tempi brevi e hanno originato terapie già applicate, illustrate in un libro scritto da uno studioso laico e agnostico come il professor Angelo Vescovi, condirettore dell’Istituto per la ricerca sulle staminali del San Raffaele.
L’opposto di quanto succede con le cellule staminali ricavate dagli embrioni, che si riproducono più facilmente ma danno luogo a gravi effetti collaterali ancora fuori controllo, come crisi di rigetto e forme tumorali. L’ha ricordato Oriana Fallaci, una che non prende ordini dal cardinale Ruini: una scimmia ha sviluppato un cancro fulminante dopo l’impianto di staminali embrionali nel cervello. Una reazione tumorale chiamata teratoma ben nota agli scienziati.
Cellule embrionali senza embrione. Sembra un gioco di parole, in realtà è un’incoraggiante frontiera di ricerca. Nel recente congresso della Società genetica tedesca, un gruppo di studiosi di Vienna ha dimostrato che nel liquido amniotico, al termine della gravidanza, sono presenti cellule staminali embrionali pluripotenti, cioè in grado di differenziarsi in diversi tessuti compresi quelli nervosi. Ecco una possibile fonte di cellule embrionali senza dover generare embrioni in laboratorio.
Non è l’unica scoperta di questo tipo. La rivista Nature in febbraio ha pubblicato uno studio su un gene, il Pax3, capace di bloccare lo sviluppo cellulare: esso potrebbe dare origine a riserve di staminali, «materia prima» da depositare e destinare secondo necessità. Si possono poi estrarre cellule embrionali dal cordone ombelicale, coltivarle in vitro e costituire così una “banca” cellulare per l’individuo. E sono in corso studi per “deprogrammare” le cellule adulte fino a renderle uguali alle embrionali. Dunque, la ricerca sulle cellule embrionali (benché meno efficaci di quelle adulte) è possibile senza sacrificare embrioni.
I tre embrioni. È stato detto che creare soltanto tre embrioni limita le possibilità di nascite. Uno studio della Società italiana della riproduzione ha dimostrato il contrario: nonostante i divieti, non si riscontrano differenze nel numero di gravidanze assistite ottenute prima e dopo l’entrata in vigore della legge 40. Le norme che si volevano abrogare, viceversa, hanno aumentato la percentuale di fertilizzazione perché dovendo ridurre il numero di embrioni si sono selezionati gli ovociti “migliori”; la stimolazione ovarica è stata più tollerabile per le donne e i costi sono scesi.
Il congelamento dell’ovocita. È una strada alternativa al congelamento dell’embrione sviluppata a Bologna dalla ginecologa Eleonora Porcu, ricercatrice del policlinico Sant’Orsola allieva del professor Carlo Flamigni. Si congela l’ovocita materno e lo si feconda con il seme maschile al momento dell’impianto nell’utero. La prima nascita con questa tecnica risale al 1986 in Australia, undici anni dopo in Italia. Oggi sono 60 i bambini italiani concepiti da un ovocita congelato, con una percentuale di successo del 17 per cento, non lontana dal 18,5 ottenuto dal trasferimento di embrioni congelati.
Gli studi sulla fertilità. Numerosi studi dimostrano che la salute della donna, cavallo di battaglia della propaganda per il “Sì”, è più tutelata da azioni preventive a tutela della fertilità e da cure contro l’infertilità, piuttosto che dai cicli di fecondazione che possono portare a conseguenze nocive come danni all’utero e iperstimolazione ovarica (la terapia medica cui la donna deve sottoporsi per produrre più ovociti). La chirurgia ricostruttiva delle tube ha compiuto grandi progressi nei casi di infertilità tubarica. Ma per vincere la sterilità grandi speranze suscita anche il Progetto genoma.
Le norme all’estero. L’ultima favola raccontata dal fronte del “Sì” è che la legge 40 sia la più restrittiva al mondo. Invece la Germania si è data regole ancora più rigide, anche se il cancelliere Gerhard Schröder ha detto ieri che sarebbe favorevole ad allentare i vincoli alla ricerca sulle staminali embrionali. Molto permissiva è la legislazione in Spagna e Svizzera, un po’ meno in Gran Bretagna e Stati Uniti, dove il presidente Bush non finanzierà più la sperimentazione sulle cellule embrionali.