Le donne musulmane saranno l’antidoto contro l’islam radicale

All'indomani dell'ennesima strage di cristiani, la posizione ufficiale del nostro governo non è cambiata: l'ingresso della Turchia in Europa non è in discussione. Avanti dunque, come se niente fosse. Nemmeno l'ombra di un dibattito parlamentare o perlomeno politico serio e approfondito su quello che sta accadendo in un paese che appare sempre più prigioniero di spinte nazionalistiche e derive islamiste. Nemmeno l'abbozzo di una risposta alle domande che quelle tre vittime sacrificate alla guerra di religione scatenata dai fondamentalisti, ci invitano a porci: pensiamo davvero di aiutare il governo turco, che pure ha tanti meriti, a liberarsi dall'estremismo islamico che lo stringe d'assedio, evitando di metterlo di fronte a scelte precise? Non facendogli sentire la pressione della Comunità europea? E ancora: come pensiamo di arginare l'invadenza dell'islam più radicale nei nostri paesi se non siamo capaci di affrontarla là dove nasce e porta avanti le sue strategie? Tra i nostri leader politici solo Pierferdinando Casini ha avuto il merito di usare parole chiare: «La Turchia non può portare nella Ue una serie di questioni non risolte e dunque, a tutt'oggi non ci sono le condizioni per un suo ingresso nella Comunità». Parole cadute nel vuoto e negli altri paesi europei non è che sia andata meglio. Ed è questo silenzio, questa generale indifferenza che autorizza oggi molti autorevoli studiosi ed esperti del mondo musulmano a profetizzare per l'Europa dei prossimi anni scenari inquietanti.
Gli europei, scrive Daniel Pipes, pensano che non valga più la pena di combattere per i propri valori: lo sbocco più prevedibile di questo atteggiamento non potrà che essere un'islamizzazione strisciante dell'Europa, un processo che finirà per destabilizzarla e costerà tensioni e frizioni crescenti. Altri, più pessimisti, predicono una vera e propria «occupazione» del nostro continente e citano l'esempio di Amsterdam e di Rotterdam che si avviano ad essere, nel giro di pochi anni, le prime grandi metropoli europee a maggioranza musulmana. Il filo comune che lega le varie posizioni è la denuncia di una tendenza all'immigrazione selvaggia in arrivo dal mondo musulmano che, in assenza di regole certe, finirà per insediare stabilmente nei nostri paesi quei germi dell'estremismo islamico che pretendiamo di combattere solo con la ricetta della «tolleranza illimitata» o del relativismo morale. Un pericolo molto più reale e vicino di quanto vogliamo immaginare. Se la Turchia della caccia ai cristiani e della deriva islamista, dovesse entrare in Europa sarà con i suoi 70 milioni di abitanti il secondo paese più popoloso del vecchio continente e tra quelli con il maggior numero di parlamentari.
L'estremismo islamico avrà così raggiunto il suo traguardo più ambizioso: un grande partito transnazionale in grado di controllare e mobilitare i musulmani europei, piantando le sue bandiere sui tetti di Bruxelles e di Strasburgo. Abbiamo un unico rimedio a disposizione, è l'analisi di un altro accreditato esperto del mondo musulmano, l'inglese Tony Judt: dobbiamo puntare sugli immigrati che già abbiamo. Tra loro, tra le donne soprattutto, c'è una vasta corrente moderata e riformista e qui, secondo Judt, si gioca la nostra scommessa. Dobbiamo fare in modo che questa corrente liberale faccia da argine all'islam radicale e diventi la cinghia di trasmissione della democrazia all'interno delle comunità di immigrati e nei loro paesi d'origine. Tutto giusto, ma anche così non si fa che tornare alla domanda di partenza: la scommessa si vince facendo finta di nulla, come nel caso della Turchia, oppure chiedendo alle autorità di quel paese un impegno più reale e concreto su questioni fondamentali della democrazia come la libertà di religione? E misurando l'ingresso della Turchia in Europa solo sulla base dei risultati raggiunti? Dalla Comunità europea e dal governo italiano sarebbe lecito aspettarsi qualche ragionamento in più e qualche segnale di benvenuto in meno.