Dossier Telecom, scontro nel Sismi Mancini chiede il segreto di Stato

L’ex numero 2 dell'intelligence invoca il segreto sui rapporti tra Sismi e Telecom. Ma sullo sfondo c’è lo scontro all’interno dei "servizi"

Milano - C’è lo scontro frontale all’interno dei nostri servizi segreti militare dietro la decisione di Marco Mancini, ex capo del controspionaggio, di invocare il segreto di Stato sui rapporti tra i servizi segreti italiani e la Telecom dell'era di Marco Tronchetti Provera, quando la security dell'azienda era gestita da Giuliano Tavaroli. Mancini (già candidato a dieci anni di carcere per il sequestro Abu Omar), ha fatto la sua mossa nell’ambito del processo a Milano che lo vede imputato per associazione a delinquere insieme a Tavaroli e all'investigatore privato Emanuele Cipriani. In apertura dell'udienza preliminare davanti al giudice Mariolina Panasiti, Mancini ha depositato la memoria in cui chiede che i rapporti tra lui, Cipriani e Tavaroli vengano coperti dal segreto. Sarà ora il presidente del consiglio Silvio Berlusconi a dover confermare - se interpellato dal giudice - l'esistenza del segreto. Rapporti tra la struttura di Tavaroli e gli 007 esistevano sicuramente da anni, sia Tavaroli che Cipriani sono stati utilizzati dal servizio segreto militare per operazioni "coperte". Ma i rapporti non si sarebbero fermati qui: secondo la Procura di Milano, Mancini avrebbe passato alla Telecom - attraverso la mediazione dell'investigatore Cipriani - numerosi dossier relativi ad attività e notizie del Sismi. Mancini ha sempre sostenuto che in realtà i dossier trovati nel computer di Cipriani non provengono dal Sismi ma da tutt'altre fonti, e che si tratta a volte di vere e e proprie bufale, a volte di materiale di pubblico dominio e addirittra scaricato da Internet. Ma ora la mossa a sorpresa dello 007 Mancini cambia bruscamente le carte in tavola, e getta sull'inchiesta della Procura milanese l'ombra della lotta tra "cordate" vecchie e nuove all'interno del Sismi. Perchè Mancini sostiene che gli attuali vertici dell'Aise (la nuova denominazione assunta dal Sismi) hanno approfittato dell'inchiesta milanese per liberarsi definitivamente dagli uomini della gestione Pollari. Mancini sostiene di avere incontrato un alto funzionario del Sismi - di cui non può fare il nome in quanto coperto dal segreto di Stato - che gli avrebbe raccontato che i nuovi vertici dell'Aise, guidata dall’ammiraglio Bruno Branciforte, avrebbero proibito all’ufficio legale di fornire alla Procura di Milano le informazioni che avrebbero scagionato Mancini: "Altrimenti quello torna e ci fa un c... così". Mancini non indica i nomi dei funzionari dell’Aise che cercherebbero di sfruttare i vantaggi dell’inchiesta milanese. Ma a colmare la lacuna ha già provveduto, con l’intervista al Giornale, l’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga. Secondo il senatore, sarebbero il nuovo capo del controspionaggio Vito Damiano, il capo di gabinetto Di Pinto e il capo della sicurezza interna Bonzano i protagonisti della cordata che vuole liquidare definitivamente "l’era Pollari". Sia l’inchiesta Telecome sia l’inchiesta Abu Omar influenzano - inevitabilmente - questi scenari. Per Pollari, nel processo per il sequestro dell’imam Abu Omar da parte della Cia, la Procura milanese ha chiesto tredici anni di carcere, tre in più che per Mancini: una condanna che segnerebbe la definitiva uscita di scena del navigato generale. Ufficialmente, Pollari non ha reagito alla requisitoria del pm Spataro. Ma chi lo ha incontrato nelle ore successive racconta di un Pollari furibondo: "Non farò da parafulmine", ha detto agli amici. Durante la sua unica apparizione nell’aula del processo, il generale d’altronde aveva sostenuto di avere decine e decine di prove della sua estraneità al rapimento dell’imam, e di non poterle rendere note a causa del segreto di Stato imposto dalla presidenza del Consiglio. Ciò nonostante, la Procura ha chiesto la sua condanna. E ora Pollari potrebbe essere tentato, per evitare la condanna, di giocare l’ultima carta: dimostrare di avere compiuto fino in fondo il proprio dovere, avvisando il governo di quanto la Cia stava preparando in Italia. Va ricordato che all’epoca del rapimento, i referenti politici dell’intelligence erano gli stessi di oggi: il presidente del consiglio Silvio Berlusconi e il sottosegretario con delega ai servizi segreti, Gianni Letta. Il governo Berlusconi ha sempre dichiarato di essere stato tenuto totalmente all’oscuro della vicenda. “Ma se scoprissimo che non è così - aveva detto nella sua requisitoria il procuratore aggiunto Spataro - si potrebbero configurare nuove ipotesi di reato”. Finora Pollari ha taciuto. Ma cosa farà sotto la pressione del processo? E cosa intendeva dire, con quella frase “non farò da parafulmine?”.