Il dramma dell’esodo negli occhi di una bimba

«Aveva paura della paura» è la frase che connota l'arrivo in Italia dalla Dalmazia di Flora, ragazzina «croata», nel libro La panchina di pietra (De Ferrari Editore). Bruna, la mamma, aveva rimandato la partenza, certa di non dover lasciare la «Patria» e le proprietà che la famiglia possedeva da secoli. La suocera Tonci, slava, le diceva: «Qui sono la mia vita, i miei affetti e le mie tombe... eppure penso che si debba partire». Le faceva notare che suo padre era stato Podestà sotto il Fascio e che se ne sarebbero ricordati, che il marito, medico, era morto in Africa mentre stava dalla «parte sbagliata». «Secondo loro», replicava la nuora. «Ma sono “loro” che comandano adesso», controbatteva Tonci. Dopo la fine della guerra, dopo il diktat del 1947 e la confisca dei beni, tra gli italiani che partirono c'era anche una classe dirigente che aveva costruito fabbriche, imprese, alberghi. Flora e la mamma approdano in un paese del Piemonte non lontano da Torino. Hanno viaggiato in un carro bestiame e all'arrivo Flora pensa che «erano arrivate, erano apolidi». La paura della ragazzina si motiva con tanti aspetti della nuova vita. Credeva di saper l'italiano mentre parlava un dialetto sconosciuto ai compagni di classe. La sua tradizione di famiglia colta escludeva le brutte figure a scuola, ma ne rimedia una alla prima interrogazione in storia. Non amava una materia che parla «solo di guerre e di confini che si spostano, che cambia se cambi nazione, mutando pure buoni e cattivi». A Flora, fin da bambina, avevano promesso un viaggio in Italia da cui tornare «alta, bella, smagliante». Il viaggio era diventato quello e per non tornare mai.
Il suo isolamento è alimentato dal difficile rapporto con la madre. Ricorda il passato da signora, non si adattta a lavorare come fanno i cognati. Flora da bambina privilegiata è diventata povera, però ci conquista convinta che «agire sia meglio che subire». Cresce attingendo forza dai libri che le aprono mondi. Ma non è lo studio la sua priorità. Ha passione per le stoffe, il confezionare abiti, l'eleganza (sogno e attitudine italiane). Come ogni adolescente aspetta l'amore e lo incontra, però condizionato dai tabù del tempo.
Il libro è uno spaccato sui costumi italiani, su una società arcaica dove la donna per acquisire coscienza di sé si trova ad affrontare qualche datore di lavoro che si vuole approfittare di lei, dove il marito, pur uomo di successo, si comporta da padrone. A un certo punto è lui il vero apolide, nel senso di apolide dall'umanità: arrogante nella propria casa e su colei che ha voluto con sé.
Ci avvince la trama con pagine iniziali di fosca suspense da noir, un incipit ripreso solo a metà lettura. Il finale, a colpi di scena, ci spiega il distacco della mamma verso Flora, comportamento anch'esso motivato da tabù del tempo.
Dominis, l'autrice, come Flora è nata in Dalmazia e nel '48 venne in Italia. La sua dedica «a tutte le bambine senza paese» raggiunge chi visse la drammatica esperienza con due pagine da cornice. La 25 sulla vita di un tempo: «le famiglie patriarcali, le diversità etniche religiose e politiche che avevano caretterizzato amicizie, arricchito conoscenze, la rakija (distillato di prugne) e le frittole di carnevale, il profumo del mare, le rose canine a primavera...». E la pagina 46 su ciò che a Flora, di colpo e senza colpa, fu sottratto: «padre, paese d'origine, amiche, compaesani, linguaggio, identità, ruolo nella società, realtà economica, tradizioni. Il mare e la bora».