Droga e bombe per fermare l’islam moderato

L’assassinio il 30 maggio del mullah Abdul Fayaz, uno dei più prestigiosi leader religiosi afghani, è stato seguito il primo giugno dall’attacco suicida contro la moschea dove si svolgevano i funerali di un altro influente mullah, Abdullah Sayed Muhammed, a sua volta ucciso il 29 maggio. Questa campagna terroristica fa seguito a una serie di eventi di grande importanza, culminati in un’assemblea di oltre cinquecento dirigenti islamici di tutto il Paese tenuta a Kandahar il 23 maggio. L’assemblea aveva espresso un giudizio positivo sulla guerra che ha posto fine al regime dei talebani, condannato senza ambiguità ogni forma di terrorismo, e manifestato il suo sostegno al presidente Karzai e alla democrazia. Aveva anche preso posizione contro il traffico di droga, che è legato a filo triplo al terrorismo.
L’assemblea di Kandahar ha raccolto la maggioranza dei leader storici dell’islam afghano. Un islam conservatore, centrista e moderato - certamente piuttosto rigido sulle questioni morali, ma aperto al dialogo con le altre religioni e alla democrazia - non è stato inventato in Afghanistan negli ultimi mesi. Esiste almeno dagli anni 1950, quando anche in terra afghana si sono fatte sentire le evoluzioni delle grandi confraternite sufi - Nakshbandiya, Qadiriya, Chistiya - che, dal Marocco alla Turchia e all’India hanno iniziato a riflettere sul dialogo interreligioso e sui rapporti con l’Occidente.
Queste confraternite rappresentano la maggioranza dei musulmani afghani. Né in Afghanistan si è verificato il contrasto, comune in altri Paesi, fra islam dei dotti, gli ulema, e islam popolare dei sufi. Al contrario, e fin dal Medioevo, gli ulema più prestigiosi sono stati tradizionalmente iniziati in una delle maggiori confraternite. Certamente prima del ventesimo secolo il sufismo afghano non si poneva problemi «moderni» come quelli del rapporto con le religioni diverse dall’islam o della democrazia. Ma aveva sempre costituito un baluardo contro la penetrazione di forme di islam estremista e ultra-puritano dall’Arabia o dal subcontinente indiano.
La prevalenza di un islam moderato di tendenza sufi - paradossalmente ma non troppo, perché si tratta di un meccanismo ricorrente in tutti i casi di persecuzione religiosa - era stata messa in discussione dalla repressione comunista e sovietica. Perseguitando tutte le forme di islam organizzato, il comunismo aveva inflitto colpi particolarmente duri ai pacifici sufi, meno abituati a un’azione politica clandestina e militante. Tuttavia, pacifici ma fino a un certo punto, i sufi avevano dato un importante contributo alla resistenza afghana, troppo spesso oscurato dal clamore che ha circondato la «brigata internazionale» fondamentalista di Osama Bin Laden. Quanto ai talebani, più che partecipare alla resistenza anti-sovietica si erano rifugiati all’estero, dove avevano assorbito forme di tradizionalismo anti-sufi che li hanno portati, quando hanno preso il potere, a perseguitare le confraternite e perfino a distruggere le tombe dei santi tanto venerate dal popolo afghano.
Liberato dai talebani, il mondo musulmano afghano ha quindi semplicemente ripreso il filo - interrotto ma non spezzato - di un cammino secolare, dominato dal sufismo e dove prevale l’interpretazione moderata dell’islam.
Sulla possibilità di proseguire questo cammino si gioca il futuro del governo democratico di Karzai, ed è contro l’islam moderato che si accaniscono dunque i terroristi e i signori della droga.