"La droga uccideva mio figlio io gli ho dato il colpo di grazia"

Il racconto dell'uomo graziato da Mattarella: «Ho combattuto 30 anni per salvarlo. Quando gli ho sparato mi ha chiesto: Perché papà?»

La tragedia più dolorosa che possa colpire una persona è sopravvivere alla morte di un figlio. Un figlio che muore è una ferita che non si rimargina mai. Ma che dire se è il padre ad avere dato la morte al figlio? Che carico di pene e di sofferenze può spingere un genitore a spegnere una vita che lui stesso aveva acceso? Quale fardello di rimorsi e di rimpianti grava su di lui? E a quale pena dev'essere condannato un padre consapevole che nessuna condanna potrà mai fargli espiare l'orrendo crimine commesso, al quale mai potrà riparare? Domande laceranti, che si sono riaperte lo scorso febbraio, quando il presidente della Repubblica ha concesso la grazia a Franco Antonio Drì, classe 1941, di Fiume Veneto (Pordenone) il quale quattro anni prima, il 26 gennaio 2015, aveva ucciso con un colpo di pistola il figlio Federico, tossicodipendente.

Un anno e mezzo dopo, il 25 ottobre 2016, la condanna a sei anni, 2 mesi e 20 giorni era diventata definitiva. Una pena lieve per un processo rapido: il colpevole non ha mai negato le responsabilità. I suoi legali, Giancarlo Zannier e Arnaldo De Vito, hanno presentato la domanda di grazia al Quirinale. E il presidente Sergio Mattarella ha disposto l'atto di clemenza. La grazia all'uomo che ha dato il colpo di grazia al figlio. Un solo proiettile sparato al petto in un momento di esasperazione. Drì è un uomo d'altri tempi, nato in tempo di guerra in una regione di confine. Poche parole, nessuna lacrima. Il suo racconto è secco, il dolore è trattenuto dentro. E per questo è ancora più misterioso e insondabile.

Signor Drì, quando ha avuto inizio il calvario della vostra famiglia?

«Federico ha cominciato durante il servizio militare. Prima di allora faceva le cose che fanno tutti i giovani, ma di droga non se ne parlava».

Che studi aveva fatto?

«Le tre medie e poi scuole professionali, era tornitore meccanico».

Stava già lavorando quando partì per la naia?

«No, faceva lavoretti da poco».

Dove fu arruolato?

«Alpini. Chissà perché: non aveva nemmeno il fisico da alpino. Ma era un bel ragazzo, le ragazze non gli mancavano, telefonavano a tutte le ore».

Quando si è accorto che suo figlio si drogava?

«Abbiamo cominciato a trovare siringhe».

A casa?

«Sì. A volte anche nella proprietà dei confinanti. La sua camera era al primo piano e guardava su un terreno vicino. La signora aveva trovato siringhe nel prato, e ci avvertì».

E voi?

«Eravamo all'oscuro di tutto. La droga nel paesetto di Fiume Veneto era una cosa che non passava per l'anticamera del cervello di nessuno».

Che cosa avete fatto?

«Forse all'inizio abbiamo trascurato qualcosa. Ora ho tanti rimorsi per non avere avuto tante attenzioni, per non essere stato affettuoso, ma non è il mio carattere. Sono cresciuto con genitori che mi educarono con l'esempio, senza troppe parole. E io ho fatto lo stesso con i miei figli».

Che lavoro faceva?

«Sono perito elettrotecnico. Mio papà aveva un negozio di studio fotografico ed elettrodomestici. A 54 anni si ammalò di un tumore alla testa e morì rapidamente. Lì dovetti scegliere se seguire la carriera di perito elettrotecnico o tirare avanti il negozio. Continuai, ma fu un'idea pellegrina: io non sono fatto per convincere la gente a spendere soldi».

E sua moglie?

«Ha sempre lavorato. Anche dopo la pensione faceva la stagione, a Bibione. Un anno ha lavorato in Germania nelle gelaterie. Una grande lavoratrice».

Come avete tentato di fare smettere Federico?

«L'ho portato in varie comunità. A Belluno andavo tre volte la settimana in auto da Fiume. E poi riunioni, servizi sociali, Sert. San Patrignano è stato l'ultimo tentativo serio».

Quanti anni aveva suo figlio quando andò dai Muccioli?

«Sulla quarantina. Ma nella sua testa non era convinto di dovere smettere. Sapeva che drogarsi è male, ma non riusciva a liberarsene».

Quand'era a casa che cosa faceva? Lavorava?

«Lavori saltuari. Un tossico un impiego fisso non lo ottiene. Poi deve andare qua e là per procurarsi la cosa che per lui è la più importante del mondo».

Dove la trovava?

«Nella zona di Azzano Decimo, altrimenti andavano a Padova. Poi il conto della macchina arrivava a me. Il telepass costava anche 300 euro al mese».

Le prese altri soldi?

«Firmava assegni falsi. E rubava, anche in qualche negozio di Fiume, e io passavo a rimborsare. Si convinse ad andare a San Patrignano non perché la testa gli funzionasse, perché ormai era già rovinata, ma perché aveva rubato da un dottore».

E che cosa si ruba in uno studio medico?

«Ricettari per comprare metadone e altre sostanze, per sé e i suoi amici. L'aveva già fatto anni prima ed era finito in carcere per qualche mese. San Patrignano gli evitò di tornare in cella».

Quanto rimase in comunità?

«Tre anni e mezzo. Nel frattempo, avevo chiuso il negozio e mi ero messo a fare l'autista per un'azienda che produceva manufatti in ferro battuto. Un giorno ero da Breda, una ditta di Spilimbergo, aspettavo di caricare dei pannelli. Mi arriva una telefonata da San Patrignano: Signor Franco, suo figlio più di così non riusciamo a farlo migliorare, e può essere controproducente che resti qui a vedersi superato da chi è entrato dopo di lui. Venga a prenderlo. Fu una sorpresa, andavamo spesso a trovarlo in comunità e ci sembrava migliorato».

A casa che cosa successe?

«Era pulito, ci sembrava impossibile. Era cambiato. Si interessava a quello che facevamo mia moglie e io, prima non gli importava; veniva con noi, anche dai nostri amici, ci seguiva. Era fin troppo bello. Ma non è durato tanto. Avrei dovuto prendere e andare lontano, che so, in Australia, per togliere noi e lui da quel posto. Ma non è così semplice. E ha ricominciato con gli amici di una volta».

Li conosceva?

«Alcuni, soprattutto quelli di Azzano Decimo. Qualcuno nel frattempo è già morto per overdose. È la fine che avrebbe fatto anche Federico, ne eravamo convinti. Ci era già successo un paio di volte di trovarlo disteso sul pavimento in camera, come morto, e sono sempre riuscito a recuperarlo, a svegliarlo, farlo alzare, farlo camminare. E poi sono stato io l'artefice della sua fine».

Che cosa accadde?

«Quel giorno mi sentivo strano, tutto sembrava insuperabile. Mi dicevo che non sarei riuscito ad arrivare all'indomani. A un certo punto ho sentito mio figlio di sopra baruffare con mia moglie. Litigavano di continuo, ma almeno con lei parlava. Poi mia moglie è scesa, sono salito io, ho aperto la porta, avevo la pistola in tasca. Non sapevo che cosa fare di questa pistola, volevo dargli una lezione, minacciarlo. Se avessi avuto in mente di ucciderlo, gli avrei sparato due, tre, quattro colpi. Lui era seduto sulla sponda del letto. Si è alzato, mi ha guardato, io ho preso la pistola e gli ho sparato un colpo. Da tre metri più o meno, non in testa ma verso la figura. Lui si è alzato di scatto, me lo ricordo come fosse lì, e mi ha detto: Perché, papà?. Non si rendeva conto del perché, non si rendeva conto di nulla. Io mi sono scansato, lui ha sceso le scale di corsa e quando è arrivato in cortile si è accasciato. Non era morto. Mia moglie l'ha soccorso, un vicino l'ha aiutata, l'hanno portato a casa loro, l'hanno disteso sul divano. Io ho preso il cellulare e ho chiamato prima il 118 e poi il 112. Venite - ho detto - ho sparato a mio figlio. I carabinieri mi hanno portato in caserma e lui è morto in ospedale qualche ora più tardi. Questa è stata quella giornata».

Sua moglie come reagì?

«Adesso mi ha perdonato, ma per un pezzo ha fatto fatica. Davanti a un figlio così, la reazione di una mamma è diversa da quella di un padre. Ora è tornata l'armonia. Nel gennaio 2018 è andata in tv da Magalli a fare un appello per la mia grazia: vidi il programma dalla cella».

Sua moglie è venuta a trovarla nei suoi 14 mesi di carcere?

«C'erano due compagnie, quella di mia moglie, mio figlio e nipoti, e quella di mia sorella, mia zia e una mia cugina. Una settimana veniva una, una settimana l'altra. Mi portavano da mangiare per integrare quello che passava il convento».

Come sono i rapporti con suo figlio Stefano?

«Mi ha perdonato anche lui. Gran lavoratore, non mi ha mai dato problemi».

Tra loro i fratelli si parlavano, si aiutavano?

«Fino a un certo punto. Era difficile parlare con Federico. Un paio di mesi prima che succedesse il patatrac, durante una crisi si rivolse così a sua mamma: Di' al papà che prenda la pistola e mi spari in testa. Si rendeva conto della vita orribile che stava facendo e che faceva fare a noi».

Quando dice che la sua pena l'ha scontata trent'anni prima, che cosa intende?

«Non ho detto così. In una raccolta di firme per la richiesta di grazia, c'era scritto: Ha già scontato 30 anni. Non sono parole mie».

Lei che cosa dice?

«Io non mi giustifico certamente per quello che ho fatto. Non lo rifarei. Per trent'anni ho cercato di salvare mio figlio».

Perché teneva la pistola a casa?

«Ero ufficiale sotto l'esercito. Avevo il porto d'armi dopo avere subito due furti in negozio in pochi mesi. La tenevo in cassaforte. Ma quel giorno, quando l'ho presa, non sono salito subito. Dalla mattina fino alle 6 del pomeriggio sono rimasto davanti alla tv spenta, in cucina, in trance».

Chi le è stato vicino in questi anni?

«I miei familiari. Gli avvocati. E i compaesani. Sono stati commoventi. Dopo la grazia ho avuto non so quante centinaia di abbracci. Mi ha fatto grande piacere. Conoscevano tutto, sapevano che vita avevo avuto, vedevano mio figlio per la strada. Mia moglie mi diceva che avrei dovuto cacciarlo, ma non ne sono stato capace».

Perché?

«Non volevo vederlo circolare come un barbone. No».

Ha avuto aiuto dai servizi sociali?

«L'ho portato non so quante centinaia di volte al Sert a Pordenone e ad Azzano Decimo. Gli danno il metadone: che cosa risolvi? Non è servizio sociale, ma nascondere la testa sotto la sabbia, come gli struzzi».

Di che cosa ci sarebbe stato bisogno?

«Del metadone certamente no. La comunità può funzionare, ma bisogna entrare presto: se passano gli anni non lo recuperi più nemmeno lì. E poi bisogna che i ragazzi ci vogliano andare in comunità. Non bisogna avere pietà, perché la pietà li ammazza. Tanto muoiono lo stesso. Occorre qualcuno che aiuti i genitori a dire: o comunità o morte».

È questo che direbbe a un genitore con un figlio nelle condizioni di Federico?

«E anche di stare attenti ai primi segnali. Cambiamenti repentini di umore, compagnie, soldi che spariscono... Rubano tutto quello che c'è in casa, e poi fuori, e poi spacciano».

La grazia se l'aspettava?

«Devo ringraziare i miei avvocati. Di sicuro è arrivata rapidamente: dalla domanda alla concessione è passato soltanto un anno, da novembre 2017 a febbraio 2019».

Ora che sentimenti prova? Rimorso, pentimento?

«È chiaro. Ripensare a quello che è successo mi provoca sempre un gran dolore e cerco di spazzare via i pensieri. Non arriverò mai a tornare con serenità a quel giorno, a quello che è successo e a quello che mi ha chiesto mio figlio: Perché, papà?».

Commenti

venco

Mer, 08/05/2019 - 09:20

Certamente quest'uomo ha sofferto tanto nei 30 anni in cui si drogata il figlio.