Ducale, dalle rimembranze classiche alla rivoluzione dei macchiaioli

Ada Morchio

L’approccio alla Mostra è perentorio: «Morte di Byron», gran tela di Odevaere con tutto l’armamentario simbolico del più ovvio gusto romantico, corona d’alloro sul capo del cadavere e cetra accanto.
L’itinerario lungo l’esposizione produce una immersione in temi e modi figurativi che ormai appaiono desueti, anche se costituiscono una legittima testimonianza del gusto e delle idee che permearono la cultura italiana dell’Ottocento. È un romanticismo predicatorio e melodrammatico, ancora legato a formule di impostazione e di stile impregnati di accademia, ancora incapace di risentire delle rotture coloristiche e compositive che in quel tempo rivoluzionavano la pittura francese e inglese. I temi inducono a rimembranze storiche o classiche di contenuti eroici e patriottici. Scriveva Anna Maria Brizio: «Il quadro storico prese una voga tale da confinare in secondo piano gli altri generi di pittura».
Hayez ha giustamente uno spazio preponderante. Prendiamo una grande tela, quella dedicata alla predicazione di Pietro l’Eremita. Personaggi, atteggiamenti virtuosamente dipinti, gesti melodrammatici, donne dolenti e uomini fieri, stoffe preziosamente drappeggiate, tutto ciò che Baudelaire chiamava «poncif», che sta per luogo comune, gesti scontati. Gli sfondi, castelli o paesaggi sono trascurati, come fondali. Infatti l’impressione è proprio di scena teatrale.
E tutto questo si ritrova analogamente in Sabatelli, Bossi, Mussini e gli altri.
Maestrie esecutive che risentono di preziosi insegnamenti, attente ai chiaroscuri, alle anatomie, alle coloriture e ai dettagli, fino al gonnellino pieghettato di un Byron abbigliato alla greca, al nudo peraltro un po’ flaccido dell’Aiace di Hayez posto accanto a quello sanguigno e irruente di Sabatelli, entrambi altrettanto retorici. Baudelaire li definiva les faux amateurs de l’antique.
Grandi pannelli didascalici riportano i giudizi entusiasti di Mazzini, che vede modernità in quella pittura ricca di rievocazioni storiche ed eroiche e perció impregnata di patriottismo. Non sono riportati giudizi di specifica critica figurativa e del resto lascia perplessi anche la sua predilezione di Donizetti rispetto a Rossini, per esempio.
A parte tutto l’armamentario predicatorio era una pittura sapiente e formalmente accurata (quel che Baudelaire chiamava art pompier) e che però si riscatta nella sapienza e nell’espressività dei ritratti, che ci rendono vivi e presenti personaggi noti e meno noti del tempo.
Dopo questa ampia rassegna di una pittura che amava il grandioso e il ben eseguito, si arriva, con i primi Fattori, alle avvisaglie di un più concreto rinnovamento: la realtà non aulica, gli affetti di luci e di ombre, le fronde, la solennità dei buoi immersi nella campagna.
E siamo ai Macchiaioli, la nostra autentica rivoluzione pittorica. I personaggi diventano persone, gli ambienti si restringono in piccoli interni di case borghesi e contadine nei piccoli capolavori di Lega. Resta qualche intento celebrativo nelle scene di battaglia e i campi militari, ma quel che conta è che la materia, la pittura sono del tutto rinnovate.
Rievocando antiche letture siamo passati del «Niccolò de Lapi» di D’Azeglio a Verga, magari attraverso Fucini.
La pittura di macchia ha avuto una durata relativamente breve anche se intensa e forse non è apprezzata in tutto il suo valore, perché è troppo facile per un paese provinciale come eravamo allora e come siamo tuttora accusare di provincialismo un evento artistico che si propose e si alimentò con autentici valori pittorici in una ristretta provincia italiana.
L’enorme evento dell’impressionismo travolse la pittura europea di allora e oggi è diventato un mito della cultura corrente.
Eppure gli intensi, vivacissimi scambi di idee, di intenzioni e di esperienze artistiche che si aggrovigliarono intorno al Caffè Michelangiolo sono molto più di una piccola consorteria o, peggio, di una accademia. È un fenomeno profondamente e vivacemente rivoluzionario nell’Italia di allora ed ha il pregio di essere autentico, solo in piccola parte debitore di modelli ed esperienze provenienti dalla Francia, rielaborati alla ricerca di espressioni personali e nuove.
Non resta che incantarci di fronte a quel piccolo, drammatico «staffato» di Fattori, così pittoricamente espressivo e dinamico, con le sue violente pennellate bianche contro il rosso del sangue, in una sintesi pittorica veritiera e priva di retorica perché tutto risolto in effetto figurativo.