Due condizioni per l’integrazione

Siamo il Paese al mondo che ha i più alti livelli di denatalità ed invecchiamento della popolazione e pertanto la necessità, per sopravvivere, dell’apporto di milioni di immigrati, colf, badanti, inservienti, infermieri, lavoratori nell’industria e nell’edilizia, nel commercio, nell’artigianato e in agricoltura.
Senza immigrati non c’è futuro, ma con una politica sbagliata dell’immigrazione si prospetta un futuro da incubo, specialmente quando si innesta un fenomeno di squilibrio tra visioni troppo diverse di valori fondamentali: Libano, Bosnia, Kosovo ed ultimamente Francia ed Inghilterra stanno lì a testimoniarlo.
Per quanto mi riguarda, condivido il principio evangelico «ogni uomo è mio fratello» e sono pertanto favorevole all’integrazione degli extracomunitari.
Ma questo può avvenire a due condizioni: la prima è che chi vuole diventare cittadino del nostro Paese deve sentirsi prima di tutto italiano, parlare la nostra lingua, volere che i figli si sentano orgogliosamente eredi di un immenso patrimonio artistico e culturale e di una grande storia, dalle profonde radici cristiane, così come scolpito efficacemente da Benedetto Croce (perché non possiamo non definirci cristiani).
La seconda condizione è che continui ad esistere una società italiana dentro la quale gli extracomunitari si possono integrare, soprattutto l’istituto della famiglia fondato sul matrimonio tra uomo e donna, con i diritti e i doveri relativi, tra cui quello fondamentale di mantenere, educare ed istruire i figli.
È illusorio parlare da un lato di integrazione e dall’altro immaginare di introdurre ulteriori elementi di disgregazione in una società già in crisi (vedi riconoscimento dei matrimoni gay, Pacs intesi come matrimoni di serie B, fecondazione artificiale per le single, eccetera).
In questo contesto, scartate le opposte follie di chi immagina di risolvere il problema cacciando via tutti gli immigrati e di chi pensa di aprire le porte a decine di milioni di disperati (vedi ministro Ferrero), l’unica strada da seguire è quella di una regolamentazione seria del fenomeno.
Con un po’ di onestà intellettuale si deve ammettere che la Bossi-Fini è stata sostanzialmente un adeguamento della Turco-Napolitano, prevedendo ambedue le leggi la permanenza in Italia collegata a un contratto di lavoro, il respingimento dei clandestini, l’utilizzo dei Cpt per la loro identificazione ed espulsione. Si vuole modificare la normativa in vigore? Fermi restando i fondamentali, permesso di soggiorno in Italia collegato a un contratto di lavoro ed a una dignitosa sistemazione abitativa, si possono mettere a punto meccanismi più agili di incontro fra domanda ed offerta di lavoro (tipo sponsor con fideiussione bancaria). Si può anche pensare a una limatura dei dieci anni oggi necessari per chiedere la cittadinanza, ma a condizione che chi sceglie l’Italia rinunci alla cittadinanza del Paese di origine e giuri fedeltà ai principi della nostra Costituzione repubblicana, compresa la difesa con le armi della nuova patria contro chiunque minacci la sua sicurezza.
Ma deve essere chiaro che il nostro Paese non è in grado di dare ospitalità e cittadinanza a decine di milioni di persone, i cui problemi possono essere risolti soltanto con una politica seria di cooperazione internazionale per lo sviluppo delle economie di tanti Paesi del Terzo Mondo.
Chi non se la sente di diventare italiano può ben capitalizzare le conoscenze lavorative acquisite da noi per aprire attività nel Paese d’origine.
E la previsione della Bossi-Fini di permettere il ricongiungimento al coniuge e ai figli dell’immigrato, ed ai nonni soltanto se non hanno altri figli nel Paese d’origine, non è crudeltà, ma prudenza: demagogico infatti è pensare che il nostro sistema sanitario ed assistenziale possa farsi carico di centinaia di migliaia di anziani che non hanno mai versato un euro di contributi e che verrebbero in Italia soltanto nella fase terminale della vita con tutti i problemi che questo comporta.
Ultima osservazione. Nelle nostre città convivono oggi immigrati di più di cento etnie diverse. Guai a immaginare che si possano tollerare situazioni come quelle esplose a Sassuolo e a Padova, dove interi quartieri sono diventati pezzi di Maghreb trapiantati in Italia, che godono di una sorta di extraterritorialità, tali da far decidere a una amministrazione di sinistra la costruzione di un muro come unica soluzione per salvare il salvabile quando i buoi sono già scappati dalla stalla.
*deputato dell’Udc