E Bergamo ora va a pregare sull’altare dedicato a San Kolbe

IDEE Il progetto della Chiesa è stato realizzato dall’architetto milanese Vittorio Gregotti

A Bergamo si e inaugurata la chiesa di San Massimiliano Kolbe nel contesto di un antico borgo alquanto compromesso dal disordinato processo di sviluppo della periferia degli ultimi decenni; il complesso parrocchia si caratterizza per la relazione stabilita tra le parti che lo costituiscono in rapporto con la limitrofa chiesa storica della Madonna di Loreto.
La forma della nuova chiesa, costruita dall’architetto milanese Vittorio Gregotti, geometricamente simbolica, presenta in pianta un quadrato di 30 metri di lato, scalato agli angoli in modo da restituire l’immagine compatta di una croce. Entro il quadrato si inserisce il cerchio della copertura (un tamburo a sua volta in dialogo con quello della cupola della chiesa storica) da dove penetra nell’ambiente liturgico un anello di luce.
Particolare cura e stata riposta inoltre nei materiali di rivestimento, una pietra giallo-dorata di provenienza indiana che dalla chiesa si estende anche a varie finiture del centro parrocchiale connesso destinato a ospitare gli spazi della casa canonica e le attività del ministero pastorale. Disposto su tre livelli di cui uno interrato, il complesso ospita anche un’ampia sala polivalente per grandi riunioni e attività di ricreazione. Questo concetto sacro e di monumento fa riflettere sulla difficile relazione fra la cultura visiva contemporanea e gli edifici di culto. Questo perché tale questione investe in modo generalissimo ogni culto e le realizzazioni di alta qualità sono, nell’ultimo mezzo secolo, assai rare e sovente rimaste allo stato di progetti. Dalla Sinagoga di Gerusalemme di Louis Kahn, sino alla chiesa di Ronchamp, dalla chiesa protestante di Amsterdam progettata da Aldo van Eyck a quelle nordiche di Lewerentz e Alvar Aalto sino a quelle di Michelucci e di Mario Botta e di poche altre. E se si volesse risalire all’inizio del XX secolo si dovrebbe fare riferimento agli esempi storici di Wright, di Perret e di Schwartz. La chiesa, cioè, non è più da circa due secoli la tipologia principale della storia dell’architettura. Questo almeno nei Paesi occidentali ma non in quelli dell’estremo Oriente.
A questo proposito il nuovo edificio circolare di Gregotti ricorda, in un certo senso, alcuni edifici di Tel Aviv. Essa non è più il riferimento di assi urbani o di piazze, ma un episodio che in genere obbedisce nelle città a una struttura urbana concepita con altre gerarchie e altri riferimenti diversamente da quanto avveniva nei tessuti urbani antichi.
Tutto ciò non è certo senza conseguenze anche nel campo delle arti e dell’architettura che si sono volte, nell’ultimo secolo, alla ricerca del senso della propria attività, alla discussione intorno alla natura strutturale delle proprie funzioni, al di fuori di ogni pensiero religioso. «Non si deve tuttavia scambiare come atto di cinismo lo slittamento tra le convinzioni in fatto di religione e di chi pratica le arti e il lavoro in questo campo specifico. Si tratta piuttosto di contraddizioni che costituiscono invece un materiale prezioso della progettazione. Ciò che non consente cinismi è l’etica che l’opera impone nel suo formarsi ed è essa che è irrinunciabile e sacra per chi pratica le arti. Walter Burkhardt nel suo studio sulla specificazione dei diversi sistemi storici culturali e sociali specifica che vi sono fenomeni antropologici comuni a tutte le civiltà. Essi sono oltre a quelli biologici, economici, tecnologici e dello sviluppo linguistico come due elementi: l’arte e la religione, costantemente presenti da quando esiste l’homo sapiens ma apparentemente non necessarie». Parole del professor Vittorio Gregotti che prosegue con le seguenti osservazioni: «Ambedue in qualche altro modo hanno a che vedere con il non evidente, con l’invisibile, con ciò che non può essere verificato empiricamente, anche se si possono intessere processi razionali per costruire la realtà, ambedue costituiscono sistemi simbolici interconnessi».