E il boss della camorra ringraziò De André

Tutti i segreti delle canzoni di Faber. Un libro racconta come sono nati i grandi successi del cantautore. Il boss Cutolo pensò di aver ispirato "Don Raffaé", ma si sbagliava. Marinellla? La prima versione era "hard"

Raffaele Cutolo era convinto che De André avesse scritto Don Raffaè per lui, ma non è proprio così. Mauro Pagani - coautore del brano - ebbe l’idea di fare un brano sulla vita agiata del boss in galera, ma Fabrizio pensava piuttosto al «personaggio che spiega cosa pensare» ispirandosi a Gli alunni del tempo di Giuseppe Marotta. In realtà Don Raffaè era il nome del sindaco nella commedia Il sindaco del rione Sanità di Eduardo De Filippo e il brigadiere «Pasquale Cafiero» è stato scelto per motivi di metrica. Piuttosto, nel testo c’è una variazione di ’O café di Modugno che cantava: «Ah che bell’ ’o café, sulo a Napule ’o sanno fa» poi trasformato in «pure in carcere ’o sanno fa». Cutolo comunque scrisse direttamente a De André per ringraziarlo. «Ho ricevuto tre lettere da Cutolo - dirà Faber - e un suo libro di poesie. Alcune sono davvero toccanti. Si vede che, pur avendo fatto solo la quinta elementare, è un poeta, uno che pensa e riesce a sentire». È uno dei mille curiosi aneddoti di Il libro del mondo di Walter Pistarini (curatore di viadelcampo.com, il sito più completo e seguito sul cantautore) che va alla scoperta delle curiosità, della storia, delle vicende personali dietro a ogni canzone dell’artista genovese.
Non tutti coloro che ancor oggi vibrano alle note di La canzone di Marinella sanno che è nata dalla vera storia di Maria Boccuzzi, giovane operaia calabrese approdata a Milano. Sognava di diventare ballerina col nome di Mary Pirimpò, ma finì prima sulla strada e poi in fondo all’Olona crivellata di proiettili. De André raccontò di aver letto la storia su La provincia di Asti quando aveva 15 anni; dopo lunghissime ricerche, tre anni fa lo psicologo astigiano Roberto Argenta ritrovò quell’articolo in un numero del quotidiano del 1953. Ma certo nessuno sa che Marinella nacque con un testo molto spinto. «Quasi pornografico - disse De André -, poi una persona che mi stava particolarmente vicina mi ha fatto capire che quel brano poteva diventare un grosso successo, quindi è venuta fuori una canzone senza pericolo di offendere la morale o il buon costume».
Strano un De André che si preoccupa del giudizio altrui; lui che sta dalla parte dei perdenti perché sa che c’è ben poco merito nella virtù e ben poca colpa nell’errore. Anche lui si beccò le sue belle censure; fu costretto a cambiare una strofa di Bocca di rosa, non per gli sberleffi al senso del pudore della protagonista ma «dietro cortesi pressioni dell’Arma dei Carabinieri». Così i versi «Spesso gli sbirri e i carabinieri al loro dovere vengono meno/ ma non quando sono in alta uniforme e l’accompagnarono al primo treno» si trasformano nel più morbido «Il cuore tenero non è una dote di cui siano colmi i carabinieri/ ma quella volta a prendere il treno l’accompagnarono malvolentieri». Problemi comuni a tanti grandi «poeti» di denuncia e trasgressione; Fabrizio incise Il gorilla di Brassens, già amputata di una strofa non per i riferimenti sessuali (il gorilla giustiziere che sodomizza il giudice che grida «mamma» come l’uomo che aveva fatto ghigliottinare quel pomeriggio) ma per vilipendio ai magistrati.
Pochi (e neppure coi libri) hanno saputo condensare l’impeto del ’68 come fece Fabrizio nel ’73 con Storia di un impiegato, album che non a caso è stato criticato da sinistra e da destra ma è diventato punto di riferimento per i giovani di sinistra e di destra. Lo spunto letterario di alcuni concetti dell’album è La centrale idroelettrica di Bratsk, raccolta del poeta Evgenij Evtušenko che Faber aveva letto poco prima di incidere il disco. Fu particolarmente colpito dalla storia del capo cosacco Sten’ka Razin, che guidò nel ’600 una rivolta contadina e fu giustiziato sulla Piazza Rossa. Nella mia ora di libertà infatti canta: «Pensavo di battermi per uno zar buono/ non ci sono buoni zar/ cretino.../ Stenka/ tu muori per niente». Nello stesso album la celebre Canzone del maggio viene da Chacun de vous est concerné, inno di battaglia della cantante francese Dominique Grange. De André e Giuseppe Bentivoglio presero spunto da quel testo e vi adattarono la musica di Nicola Piovani. Esiste però anche una versione precedente, dal testo diverso, sempre guidata dalla storica frase «per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti», ascoltabile con una ricerca nel jurassico mondo delle musicassette (ma esistono ancora!?!).
L’altro grande brano politico di Faber, La domenica delle salme, secondo il coautore Mauro Pagani, avrebbe dovuto essere un pezzo su Renato Curcio; invece contiene solo una strofa sull’ex Br e il disco fu recapitato in prigione allo stesso Curcio che espresse «stupore e gratitudine perché non pensavo che un poeta che lavora con le immagini s’interessasse alla mia storia». Analizzando il capolavoro «religioso» La buona novella, soprattutto nel brano L’infanzia di Maria, Pistarini scopre parecchie analogie tra i Vangeli apocrifi cui De André s’è ispirato (soprattutto il Protovangelo di Giacomo) notando come la fanciullezza di Maria, assieme ai genitori Gioacchino e Anna, sia raccontata in modo identico nella Sura III del Corano, versetto 35 e seguenti.
«In Via del Campo c’è una puttana», canta Fabrizio in uno dei suoi brani più intensi. Ma la canzone è stata ispirata da un travestito genovese. Come riporta nel libro Amico fragile il critico musicale (e amico fraterno) Cesare G. Romana, si trattava probabilmente di una certa Josephine, poi rivelatasi «Giuseppe». Tuttavia si parla anche di una tal Morena, o forse di uno di quei personaggi senza volto, persi e ai margini della società, che Faber amava perché il bene e il male non abitano mai su sponde opposte: lo voleva ribadire con un’ultima canzone, in cui Pietro l’Eremita sarebbe stato accompagnato alla Prima crociata da un angelo cattivissimo e da un diavolo buono.
Chiudiamo con un aneddoto divertente. De André pensava che la musica di Via del Campo fosse medievale. In effetti lo era, ma Enzo Jannacci l’aveva rielaborata per la sua canzone La mia morosa va alla fonte e l’aveva poi proposta a Faber per fargli uno scherzo. Solo in seguito Enzo rivelò la verità e si tenne i diritti d’autore della musica.