E Casini disse: «Mi sacrifico io...»

Le lancette dell’orologio si spostano indietro per tornare al futuro. Nella Casa delle libertà cambia tutto: le dimissioni di Domenico Siniscalco, il ritorno di Giulio Tremonti e la sfiducia a Antonio Fazio sono in realtà solo il primo game di una partita che apre le porte alle primarie nel centrodestra, assicura a Berlusconi la stabilità del governo e ridisegna tutta l’alleanza. Un minuto dopo le dimissioni di Siniscalco, i pontieri del centrodestra si sono messi al lavoro per alzare la diga sullo tsunami politico che rischiava di inondare la maggioranza. «Nervi saldi» è stata la prima parola d’ordine. Poi una domanda: cosa farà l’Udc? Perché era chiaro a tutti che il destino del governo era nelle mani dei centristi. Romperanno? O continueranno nella tattica del logoramento? Domande che hanno trovato una risposta nell’incontro della tarda mattinata tra Berlusconi, Fini e Casini a Montecitorio. Uno di fronte all’altro, senza nessuna tavola imbandita, sguardo franco e parole a tratti aspre, i tre leader hanno tirato le somme. Casini è stato esplicito: «Silvio, dobbiamo aprire il confronto sulla leadership. Servono le primarie. Io intendo intercettare i voti dei moderati che non vogliono più votare Berlusconi e quindi mi candido. So che contro di te straperderò, ma mi sacrifico per il bene del centrodestra. Questa è la mia idea di coalizione. Se non facciamo questo... l’Udc se ne va». È Fini ad anticipare l’agenda del vertice. Per il leader di An la Cdl «deve verificare se ci sono le condizioni per una unità durevole e sostanziale sulle altre questioni che si trovano sul tavolo, cioè la premiership del centrodestra, la questione urgente della Finanziaria, la riforma costituzionale e la legge elettorale» e aggiunge: «Se è così, non posso non candidarmi anch’io». A questo punto Berlusconi trae le conseguenze: «Bene, ne parleremo al vertice. Ho capito finalmente le vostre richieste».
La svolta è tutta qua, nel trio Berlusconi-Fini-Casini «che riparte dal 1994» dice Mario Baccini, ministro della Funzione pubblica e vero regista di un accordo che nelle prime ore del mattino sembrava impossibile. Via Siniscalco, dentro Tremonti, cartellino rosso a Fazio. Disegnata la cornice della partita ministeriale e di Via Nazionale, bisogna dipingere un nuovo quadro politico. E ritornare al futuro. Sono il primo e il secondo tempo di una partita delicatissima, che si era aperta, come in un flashback cinematografico, con l'allontanamento di Tremonti la notte del 2 luglio 2004 e sembrava chiudersi in modo rovinoso per la Cdl la notte del 22 settembre 2005 quando Domenico Siniscalco decide di lasciare il ministero dell'Economia.
In questo arco di tempo, una verifica infinita, il caso Parmalat-Cirio, l’avvento di Ricucci, la scalata al Corriere della Sera e il caso Fazio-Fiorani. La scaletta di uno sceneggiatore non avrebbe potuto chiedere di meglio. Materiale per un thriller politico ad alta tensione dove la fuga di Siniscalco doveva essere il momento terminale di un’orchestrazione in cui la vittima finale era il governo Berlusconi.
La scelta dei tempi d’uscita di Siniscalco non appare casuale e perfino Marco Follini nel suo discorso alla Camera solleva forti dubbi. Siniscalco, che per tutta la durata dell'incarico aveva lavorato alla sua immagine di tecnico al servizio delle istituzioni, sceglie la via di fuga meno ortodossa e più anti-istituzionale che la storia parlamentare ricordi: ad appena nove giorni dalla scadenza per la presentazione della Finanziaria, alla vigilia della riunione del Fondo monetario internazionale (con al fianco Antonio Fazio) e proprio nel momento in cui nell'orologio a pendolo della Casa delle libertà scoccava l'ora dell'accordo sulla riforma della legge elettorale, il ministro dell'Economia getta la spugna e annuncia le sue dimissioni - toh, che coincidenza - a Corriere della Sera e Repubblica, che nella notte sbaraccano le prime pagine per titolare sul suo addio a via XX Settembre. Una scelta dei tempi perfetta.
Un addio polemico, quello di Siniscalco, che però per chi osserva il Palazzo non ha niente di improvviso e inaspettato: Siniscalco in realtà lavorava da tempo alla exit strategy. I rumors lo accreditavano di una liaison con la Margherita di Rutelli, di una forte amicizia con Piero Fassino e Massimo D'Alema, di una piena sintonia con casa Agnelli (Suni in particolare) e la Confindustria di Luca Cordero di Montezemolo. Il pedigree politico di Siniscalco raccontava la storia di un professore universitario ligio ai riti dei caffè di Torino e alle relazioni con il gruppo di politici e professori di ItalianiEuropei, il think tank di Massimo D'Alema e Giuliano Amato. La sua caccia al Tesoro era cominciata quando i rapporti tra Giulio Tremonti e le segreterie di An e Udc avevano cominciato a incrinarsi. Con pazienza cinese, l'allora direttore generale Siniscalco, aveva conquistato la fiducia di Fini e l'assenso di Follini. All'asse dell'allora subgoverno (An+Udc) sembrava l'uomo giusto per stemperare le polemiche, smussare gli angoli, introdurre la mitica «collegialità». Quattordici mesi dopo, Siniscalco annuncia di essere «in disaccordo su tutto», di aver lasciato per il caso Fazio e i dissensi sulla legge Finanziaria di cui i critici più benevoli dicevano: «C'è solo la copertina». In realtà c'era qualcosa di più, ma non quello che chiedevano i partiti. E così di fronte alle critiche di An, Udc e Lega, Siniscalco ha colto la palla al balzo per un’uscita di scena salutare per i poteri forti che premono sul regime change del Paese. Primo fra tutti quel Corriere della Sera che, a rischio Opa, ha smesso i panni del cane da guardia del Palazzo per mordere direttamente i polpacci di chiunque osi tentare la scalata a Rcs. In questa storia non esiste alcun potere neutrale e Via Solferino ha giocato la sua partita abilmente, mirando a Fazio per colpire di sponda Siniscalco, fino a convincerlo che l'ora delle gravi decisioni, delle meditate (e sempre rimandate) dimissioni era giunta. È in questa chiave che vanno letti gli articoli di via Solferino sul caso Fazio: l’ennesimo assalto alle mura di Palazzo Chigi.
Il pressing su Siniscalco trova il suo acuto il 3 settembre scorso con un corrosivo articolo di Francesco Giavazzi che definiva il ministro «un accademico senza spina dorsale, prestato alla Casa delle libertà per fare bella figura sui mercati». Siniscalco incassa, ma contemporaneamente alza il volume del Tesoro contro Fazio. Il gioco del punching ball è orchestrato in tutta la sua geometrica variabilità editoriale. Il Sole 24 Ore pubblica un appello di economisti che invita Siniscalco a tornare all'Università, lui risponde che «vive nel mondo reale» ma nel frattempo Radio-Transatlantico dice che Siniscalco si prepara alle dimissioni, che la lettera già riposa nel cassetto e la Margherita è pronta ad accoglierlo tra i suoi petali vellutati. Il partito di Rutelli liquida la faccenda con la parola «trasformismo» e Siniscalco tira dritto con un occhio alle lancette, l'ora della Finanziaria si avvicina. Quando l’orologio fa cucù, il ministro lascia e il gioco sembra fatto.
Arriva l’alba, Montecitorio si sveglia nella tempesta. In aula prende la parola Marco Follini. Silenzio. Fassino gli manda un biglietto: «Caro Marco, dovete prendere atto che la maggioranza non esiste più, e che la cosa più dignitosa sarebbe andare al voto». L’opposizione lo sollecita nei panni di Bruto pronto a pugnalare Cesare. Ma il lucido Marco non ci sta: «Quella delle elezioni anticipate è una prospettiva che non mi spaventa, ma messa così sembra più una tentazione facile che una soluzione per costruire». Il paradiso può attendere.