E la Cia avverte: «Resta alto il rischio di attentati con armi batteriologiche»

La minaccia di un attacco terrorista con armi di distruzione di massa, chimiche, biologiche o nucleari è reale. I morti sarebbero come minimo migliaia e produrre dell’antrace, un pericoloso batterio, può costare solo 2.500 euro. Al Qaida e altri gruppi di terroristi islamici cercano fin dal 1999 di dotarsi di un arsenale del genere e sono decine i complotti sventati in cui si pianificava l’impiego di armi di distruzione di massa. Lo sostiene Anthony H. Cordesman, noto analista del Centro di studi internazionali e strategici di Washington che ai primi di giugno ha pubblicato uno studio sulla «Sfida del terrorismo biologico». Cinquanta pagine fitte di informazioni che si basano anche su rapporti della Cia, i quali ammettono come «la minaccia dell’uso di materiale chimico, biologico, radiologico e nucleare (Cbrn) da parte dei terroristi, rimane alta».
Secondo la Cia almeno 33 organizzazioni terroristiche «hanno dimostrato interesse a utilizare» armi di distruzione di massa. A cominciare da Al Qaida, che tenta di dotarsi di un arsenale del genere dal 1999, quando Osama «cercò di acquisire armi biologiche in Sudan e Afghanistan». Un anno prima lo stesso Bin Laden aveva dichiarato che mettere in piedi un arsenale non convenzionale era «un dovere religioso». Nel 2003 un estremista religioso ha addirittura emesso una fatwa, un editto islamico, per «giustificare l’utilizzo di armi di distruzione di massa contro gli Stati Uniti».
Lo studio di Cordesman dimostra che nell’Afghanistan dei talebani, Al Qaida ha messo in piedi laboratori ed effettuato esperimenti su armi chimiche e biologiche. Uno dei più accesi sostenitori di questo programma era proprio Muhammed Atef, consuocero di Bin Laden e capo militare di Al Qaida, che utilizzava il nome di battaglia Abu Hafs Al Masri. Lo stesso adottato dalle sedicenti brigate che hanno rivendicato gli attacchi di Londra. «Nell’ottobre del 2001 le truppe americane distruggono dei depositi di cianuro e scoprono che Al Qaida era interessata alla produzione di Botulino, tossine della salmonella e antrace» si legge nel documento sulle armi biologiche. Secondo Cordesman bastano un mini laboratorio grande come un cucina e un investimento iniziale di 2.500 euro per produrre un’arma biologica che «può essere grande come un tostapane» e terribilmente letale. «Documenti scovati in Afghanistan dimostrano che Al Qaida era impegnata in una rudimentale ricerca nucleare». L’ingegnere atomico pachistano Bashir al-Din Mahmood incontrò Bin Laden, per parlare di armi nucleari. Secondo la testimonianza di Jamal Ahmad Fadli, un testimone del governo nel processo di New York per gli attentati alle ambasciate americane in Kenya e Tanzania, Al Qaida cercò di comprare uranio arricchito in Sudan, fin dagli anni Novanta. Non solo: in un video del 2002 alcuni comandanti di Al Qaida ammettono di «aver contemplato l’idea di attaccare siti nucleari», ma poi abbandonarono il piano per timore che la situazione sfuggisse di mano.
Ancora più impressionante è la lista riportata da Cordesman sugli attacchi con armi non convenzionali scoperti negli ultimi anni. Nell’agosto del 2004, una cellula di otto uomini arrestati in Inghilterra stava progettando di confezionare una «bomba sporca», ovvero un’arma radiologica. Nel dicembre 2002 un gruppo di algerini che avevano combattuto in Cecenia voleva far saltare in aria l’ambasciata russa e studiavano l’utilizzo della ricina, un’altra tossina letale. In Spagna è stato sventato un complotto per contaminare il cibo di una base britannica e si cita anche il caso di Roma del 2002, quando venne scoperto un piano per avvelenare le condutture d’acqua che riforniscono l’ambasciata americana di via Veneto. Il 6 gennaio 2004 sono stati arrestati a Lione sette sospetti terroristi di Al Qaida trovati in posseso di 15 contenitori di ricina, mentre almeno uno è sparito. Infine, sempre nel 2004, è stato sventato un attacco con una bomba sporca al summit della Nato in Turchia.