E contro i «no» ora si può gridare Forza Italia

Una nuova Italia sta uscendo dal guscio, per la quale si può ormai tranquillamente gridare Forza Italia, sia perché l’omonimo partito non c’è più e sia perché cominciano gli Europei di calcio. Quale nuova Italia è? È quella in cui si restringe sempre più il campo degli irriducibili (dipietristi, beppegrillani, pezzi di sindacato, pezzi di magistratura) e si gonfia il campo del consenso non tanto ideologico quanto quello per il bene del Paese e della collettività. Il campo del consenso investe le forze sociali, l’abbiamo visto proprio con i sindacati durante l’incontro con il Presidente del Consiglio, in modo trasversale e non partitico.
Si tratta di un panorama di riconciliazione di cui questo Paese ha un dannato bisogno proprio perché è dalla sua nascita condannato all’oblio e all’odio nella divisione. La nostra storia è fatta di blocchi di odio e di oblio: lo stesso Risorgimento alla vigilia delle celebrazioni dei 150 anni di unità d’Italia è un mistero, la rielaborazione di fascismo e antifascismo non valica la consolidata retorica, come la stagione della guerra fredda, del consociativismo fra Pci e Dc, dell’autonomismo craxiano, del berlusconismo e dell’antiberlusconismo viscerale. Oggi il Paese sembra ricomporsi sul presente e il futuro, ma esprimendo anche il bisogno di riconciliarsi, nella verità, con i macigni del suo passato.
In questo processo di ricomposizione del ben operare bisognerà che anche la Magistratura faccia la sua parte. Se è vero che i legislatori che siedono in Parlamento non si devono permettere di dire ai magistrati come fare il loro mestiere, è ancora più vero l’inverso: i magistrati non si devono permettere di dire ai legislatori come fare le leggi che poi devono applicare con scrupolo e intelligenza. Abbiamo invece assistito a due sgradevoli invasioni di campo, per non chiamarle ribellioni, in materia di intercettazioni e introduzione del reato di clandestinità. La protesta sulle intercettazioni, che non condividiamo affatto, potrebbe ancora considerarsi sensata perché le intercettazioni sono anche (oltre che un latente stato di polizia) uno strumento di lavoro investigativo. Ma che i magistrati, la cui legittimazione deriva da un concorso, si permettano di criticare e porre veti ai legislatori eletti dal popolo sulle leggi da fare, è un’anomalia che deve cessare perché è arrivata l’ora del ritorno alle regole, ai ruoli, e del rispetto delle linee di confine.
Paolo Guzzanti