E il divo Battisti scese dal piedistallo

I ricordi di Renato Marengo, autore nel 1974 della più nota intervista
al cantautore: "Aveva scoperto il resto del mondo. E mise in discussione
il suo ruolo di artista. Si spiegano così gli ultimi anni, anarchici e
solitari"

Lucio Battisti, il divo che volle farsi uomo comune. Non prima di aver rilasciato una lunga intervista, nel 1974, a Renato Marengo che la pubblicò su Ciao 2001 (la rivista, per l’occasione, vendette 400mila copie, vale a dire 320mila più del solito). Le circostanze di quell’intervista, la più citata quando si parla di Battisti, sono ora raccontate da Marengo stesso in Lucio Battisti: la vera storia dell’intervista esclusiva (Coniglio editore, pagg. 174, euro 14,4; con un saggio di Gianfranco Salvatore).
Battisti da tempo non parlava volentieri con la stampa, e ancora più raramente accettava di spiegare la sua musica, cosa che riteneva superflua. Racconta Marengo al Giornale: «Tra i colleghi girava voce fosse un orso, se non peggio. In realtà detestava solo i giornalisti, che gli avevano complicato la vita privata, ma era una persona alla mano. Essendo io all’epoca un produttore discografico, non diffidò di me e diventammo subito amici parlando di musica. Amava confidarsi. Non era chiuso come si dice». Eh già, perché Marengo, oltre a essere una firma della rivista Ciao 2001, all’epoca lavora per etichette multinazionali come Emi, Rca, Polygram, CGD, Derby, Ricordi e indipendenti come Cramps e Trident.

Alla sala prove del Mulino, ad Anzano del Parco, vicino a Erba, è arrivato con la band di Toni Esposito. Non nelle vesti di cronista, ma per incidere un album. Come del resto Battisti, proprietario del Mulino, alle prese col suo disco più innovativo, Anima latina. L’amicizia nasce davanti al banco di mixaggio. Lucio fa ascoltare a Marengo le canzoni appena registrate. È roba sperimentale, nella forma, nei suoni, nelle modalità d’incisione. Non è ciò che il mercato si aspetta da Battisti ma il successo sarà travolgente. Marengo, fino ad allora poco interessato alla musica di Battisti, cambia idea. Decide di intervistarlo. Grazie alla mediazione di Mogol, tutto fila liscio: quando il secondo si fa avanti, il cantautore accetta. Ne esce uno scoop.

Il Battisti di quel periodo è in piena maturazione. Sta cambiando. La fissazione per la privacy evolve in volontà di scendere dal piedistallo e rifiuto del divismo. Spiega Marengo: «Il lungo viaggio in Brasile, che precede le incisioni di Anima latina, fu decisivo. Raccontava di essere entrato in un locale e di aver trovato musicisti che suonavano in un clima di assoluta complicità e parità col pubblico. Era una forma di comunicazione musicale alla quale non era abituato. Lo colpì moltissimo». Insomma, in Sudamerica «aveva scoperto che esisteva il resto del mondo» e questo gli imponeva di riconsiderare «la sua stessa posizione di artista-divo». Lucio è divorato dalla musica, la politica non lo riguarda. «Sospettato» di essere destrorso, a Marengo (che gli chiede: «Lucio, è vero che sei fascista?») dice di non essersi mai interessato di politica, di partiti, di destra e sinistra, «è proprio fuori dal mio mondo».

Ora più che mai Battisti vuole mettere da parte il personaggio ed essere giudicato solo per la musica. Questo desiderio coincide con nuovi ascolti: durante le sessioni di Anima latina, Lucio si immerge nel funk (MFSB, Average White Band, Kool & the Gang) ma anche nella fusion (Return to Forever, Stanley Clarke, Mahavishnu Orchestra, Weather Report, Herbie Hancock). In sala prove, in realtà uno studio d’incisione all’avanguardia, aremggia con le prime macchine per riprocessare il suono: phaser, flanger, delay e soprattutto il «bidet», ovvero una piastra bianca della Mu-Tron così ribattezzata perché simile a un sanitario.
Viene dunque da chiedersi quale sia il rapporto, se c’è, tra questo periodo e quello del vero e proprio autoesilio che ebbe come colonna sonora gli avventurosi album (da Don Giovanni del 1986 a Hegel del 1994) realizzati con la collaborazione di Pasquale Panella, autore dei testi. Dice Marengo: «Con Anima Latina aveva scoperto una vita diversa, che forse gli piaceva di più ma che in quel momento, per vari motivi, non poteva mettere in pratica. Per questo ad Anima Latina fecero seguito alcuni dischi un po’ più convenzionali. Il periodo con Panella, a mio avviso, riprende proprio il discorso rimasto in sospeso dopo quell’album innovativo». Il Battisti più anarchico e contemporaneo era dunque nato nel 1974.