E il doroteo Prandini sente aria di rivincita

L’ex ministro, oggi segretario del Partito democratico cristiano, non ha mai lasciato la politica. E ora punta sul Grande centro

da Roma

Uomo politico e di governo per hobby, grande uomo di affari se ne avesse il tempo, secondo una sua autodefinizione compiaciuta, Gianni Prandini è senz’altro un esperto in fatto di Grande centro. L’attuale segretario del Partito democratico cristiano rappresenta, infatti, una delle figure storiche dell’omonima, potentissima corrente di via del Gesù. Certo, passare dalla realtà delle frequentazioni «dorotee» - leggi Amintore Fanfani, Arnaldo Forlani, Guido Gonnella, Emilio Colombo e Flaminio Piccoli - al sogno di tornare a impiantare un piccolo bonsai democristiano nel giardino della politica italiana non deve essere un’impresa facile. Ma la tentazione neocentrista e il riaffacciarsi della nostalgia sulla scena della politica sono fiumi carsici che periodicamente e inevitabilmente riaffiorano.
Scrivono le agenzie: «Torna Prandini per rifare con Mastella e Casini il Grande centro». Ma chi lo conosce bene sostiene che il plenipotenziario bresciano della Dc - potentissimo ministro dei Lavori pubblici finito negli anni ’90 nel frullatore di Tangentopoli e uscitone 13 anni dopo assolto e con 14mila euro di risarcimento per eccessiva durata dei processi - non si è mai allontanato dalla politica, neppure nei periodi più bui. Una passionaccia figlia di una robusta ambizione: entrare nei salotti buoni della politica bresciana, provincia dei primati, feudo della finanza e dell’editoria cattolica, arcadia amministrativa e produttiva d’Italia. Una missione perseguita con feroce determinazione.
Le origini contadine (con gli amici e i suoi elettori parla ancora dialetto), la tradizione familiare cattolica (sorella suora, fratello parroco a Lumezzane scomparso nel ’93, zio prete a Orzinuovi, il paese di Mino Martinazzoli) e il costante attivismo sono i pilastri della sua fortuna. Una carriera classica della provincia italiana. Il seminario, il liceo, l’università Cattolica (con laurea in economia e commercio), la tessera del movimento giovanile della Dc, poi l’ascesa a delegato provinciale, a consigliere comunale e sindaco di Leno, il suo paese. Un mestiere, dirigente amministrativo all’ospedale di Leno; un mito politico, Amintore Fanfani, poi sostituito con Arnaldo Forlani, quando i due ruppero; un obiettivo preciso: l’aula di Montecitorio, raggiunta nel 1972, con una permanenza in Parlamento di sei legislature. E un obiettivo: violare la roccaforte cattolico-aristocratica della città di Brescia, ben rappresentata dal partito degli avvocati guidati da Martinazzoli.
Il suo protagonismo, la sua energia, il suo rampantismo, la sua fermezza testarda si manifestano attraverso instancabili viaggi nelle sezioni dc della provincia e la costruzione di solidi rapporti personali con la mitica «base». Un impegno che dà i suoi frutti con cariche sempre più importanti nella Dc e gli incarichi governativi alla Marina mercantile e ai Lavori pubblici. Dell’ambizione e della considerazione di sé non fa certo mistero. Quando Martinazzoli, l’eterno rivale, viene nominato ministro della Giustizia (e lui allora era solo sottosegretario al Commercio estero) qualche commentatore azzarda il paragone tra il leader della sinistra dc e il mitico guardasigilli Giuseppe Zanardelli. Prandini confida ai suoi: «Io diventerò come Cavour».
I soprannomi su di lui si sprecano. Si va da «Prendini», coniato da Umberto Bossi, ad «Attila». E la Gazzetta di Brescia, considerata a lui vicina, diventa per i martinazzoliani «la Pranda». Lui, però, uomo di gavetta e straordinario raccoglitore di voti, tira dritto. E continua a inanellare piazze e a esercitare l’oratoria. Suscitando in un’occasione lo stupore e la battuta di un giovane Pier Ferdinando Casini: «Ai comizi di Prandini c’è persino la gente».
Quel ragazzo bolognese, nel frattempo, ha fatto strada. E oggi le loro strade rischiano di riunirsi sotto le insegne del Grande centro, chimera o araba fenice sempre vagheggiata ma mai davvero capace di rinascere dalle proprie ceneri. Un fiume carsico, appunto. Ma forse insufficiente per tornare a far nuotare la Balena bianca.