E per i cinesi il cristianesimo è «trendy»

Nonostante il lungo passato di repressione, nel Paese i convertiti aumentano del 13 per cento l’anno. Il regime comunista dice che i religiosi «fanno bene allo sviluppo» della nazione, ma poi continua con la solita repressione

nostro inviato a Pechino
Alla messa domenicale delle otto e mezzo del mattino, la chiesa cattolica di Xuanwumen è piena come un uovo. Celebra il vescovo di Pechino Li Shan, che è tale da due anni e ne ha poco più di quaranta. Giovani sono anche i volontari che in maglietta rosa, un cuore ricamato sul braccio con al centro la scritta «love», si danno da fare come solerti attivisti. Cantano nel coro, aiutano gli anziani, distribuiscono dépliants religiosi, sorvegliano il sagrato. Fuori piove e a funzione conclusa cerco rifugio sotto l'albero che fronteggia la statua di Francesco Saverio, «l'apostolo delle Indie», l'evangelizzatore che sognava di battezzare la Cina e morì proprio davanti alle sue coste, sull'isolotto di Sancian. «Non puoi stare qui» mi dice una maglietta rosa. Non capisco il perché e lo guardo stupito. «Bisogna che usciate tutti» spiega paziente, «prima della prossima funzione delle dieci e trenta lo spazio deve essere libero per i controlli di sicurezza, sia esterni sia interni. Sai, è in inglese, ci sono le Olimpiadi, non si possono correre rischi». Due giorni fa qui non c'era nessuno, tranne qualche vecchietta più o meno litigiosa e Han, che è l'addetta all'ufficio Affari esteri, si chiama proprio così, ma in realtà è la perpetua. Quando le avevo raccontato che ero italiano, entusiasta mi aveva portato davanti all'altra statua che sta nell'ingresso laterale, seminascosto e un po' svilito dalla rimessa di autobus che lo copre. «Padre Ricci, italiano» aveva detto indicandolo. Certo, come no: fu lui a farla costruire, all'inizio del 1600, la più antica di Pechino, Matteo Ricci ovvero Lu-Ma-tu, questo il suo nome cinese, «l'europeo del passato più conosciuto in Cina» secondo l'Enciclopedia britannica.
Dal 1984 la sua tomba è nel piccolo cimitero portoghese ospitato all'interno della Scuola Internazionale da cui escono i funzionari statali, ovvero i quadri dell'amministrazione. Ai tempi di Mao era stata pensata come una sorta di college atto a sfornare i «duri e puri» che avrebbero «servito il popolo» mettendosi alla sua guida, e ora l'ironia della storia si è divertita a ritagliarvi un posto d'onore per tutto ciò che il Grande Timoniere detestava: la religione, la Chiesa, l'intreccio Oriente-Occidente... Intorno a quella di Ricci ci sono altre 62 steli funerarie originali che raccontano l'evangelizzazione per mano dei Gesuiti meglio di un libro: ricordano 14 missionari portoghesi, 11 italiani, nove francesi, sette tedeschi, tre cecoslovacchi, due belgi, uno svizzero, un austriaco, uno sloveno, quattordici cinesi. C'è il tedesco Schnell von Bell che l'imperatore Shunzi nominò presidente del Dipartimento astronomico, il belga Verbiest che riformò il calendario cinese, l'italiano e milanese Giuseppe Castiglione, ovvero Gang Shining, celebre per la sua abilità di ritrattista, pittore capace di dar vita a un nuovo, armonioso, stile in cui elementi e tecniche europee si fondevano con la tradizione e lo stile cinesi. Tutti insieme abbracciano un arco di tempo che dalla seconda metà del Cinquecento arriva alla prima del XVII secolo. Sarà grazie alle loro “lettere dalla Cina”, veri e propri reportage, che l'Europa dei Lumi scoprirà un mondo bizzarro e portentoso. Sarà grazie al loro talento di matematici, pittori, meccanici, che mandarini e imperatori saranno invogliati a saperne di più su una cultura e un continente sconosciuti. Come scriverà lo Chateaubriand di Le Génie du Christianisme: «Il gesuita che partiva per la Cina si armava del telescopio e del compasso. Appariva alla corte di Pechino con la cortesia propria della corte di Luigi XIV, e circondato dal corteggio delle scienze e delle arti».
Lo scorso dicembre il Politburo cinese ha convocato una sessione plenaria di studio per discutere di religione, e il segretario generale Hu Jintao ha detto nel suo intervento che i religiosi fanno bene allo sviluppo del Paese. Il Partito naturalmente rimane ateo, ma la pratica della fede non va ignorata né trattata come un retaqgio feudale: politicamente, va maneggiata con attenzione, è stato il senso del discorso. Si è trattato di un passo avanti che pochi mesi dopo è divenuto un mezzo passo indietro, quando nel giorno di maggio, indicato dal Papa come Giornata mondiale della preghiera, il pellegrinaggio al santuario mariano di Shashan, vicino a Shanghai, è stato vietato a molte diocesi e ad altre è stata imposta una gita ai templi buddhisti, ci sono state minacce ai fedeli... Rispetto agli anni Ottanta, in cui la Chiesa arrivò stremata da un ventennio di repressione senza quartiere e dilaniata internamente dal contrasto fra la Chiesa «patriottica», con i vescovi di nomina governativa, e quella «sotterranea», fedele a Roma e quindi fuorilegge, il clima è comunque di gran lunga migliorato e l'affermazione dello stesso pontefice relativa all'esistenza in Cina «di una sola Chiesa» è comprensibilmente un invito a non esasperare un dissidio già doloroso.
A Pechino ci sono 100mila cattolici sparsi su venti parrocchie, 55 preti, un convento, 50 monache, un seminario e venti seminaristi, tre cliniche, una biblioteca e una scuola... In tutta la Cina, mettendo insieme cattolici e protestanti, «ufficiali e no», si raggiungono fra i 18 e i 20 milioni e le statistiche parlano di un aumento in percentuale annuo del 13 per cento. Dietro questo revival ci sono anche fattori extrareligiosi, in specie fra i giovani. Nella chiesa di Xishiku, la più grande della città, un misto di gotico tardo Ottocento con un giardino in stile imperial-tradizionale cinese con tanto di leoni di marmo a farle da guardia, Yang, che ancora studia all'università, mi dice che si sposerà lì, una volta laureato. «Allora sei cattolico» dico. «No, ma lo è un mio amico che ha celebrato il matrimonio proprio qui. Mi piace l'idea, il rito, lo trovo trendy». Mercoledì scorso ero andato alla Chiesa di San Michele, che sta nell'antica zona «diplomatica» della Pechino del primo Novecento. «Padre Gao Hong non c'è» mi avevano detto al solito ufficio per gli Affari esteri. «È uno dei porta-fiaccola olimpica di oggi» avevano aggiunto. Un prete patriottico e corridore non l'avevo ancora incontrato. Ma non è detto che sia un male.