E i militari internati fanno causa allo Stato

Il ricorso dell’avvocato: «I soldati italiani prigionieri nei lager nazisti hanno diritto a un risarcimento per i danni subiti»

Da Milano

Non solo gli infoibati, ma anche i soldati italiani catturati dai tedeschi dopo l’8 settembre e internati nei lager nazisti rivendicano una «ricompensa». I primi, trucidati sul finire della guerra, lo fanno - tramite la politica - davanti al tribunale della Memoria. I secondi, dimenticati durante e dopo la guerra - tramite un battagliero avvocato - lo fanno davanti a un tribunale dello Stato.
Enrico Ciantelli, fiorentino, 85 anni, già ufficiale durante la campagna d’Albania, è l’avvocato che rappresenta un gruppo di associazioni di reduci che intendono fare causa allo Stato italiano e ottenere l’indenizzo per i danni subiti dopo la dichiarazione dell’armistizio.
All’indomani dell’8 settembre 1943, i militari italiani fatti prigionieri dai tedeschi, che rifiutarono la collaborazione e l’adesione alla Repubblica di Salò (si calcola furono circa 650mila), furono internati in campi di concentramento senza che fosse loro riconosciuto lo status di prigionieri di guerra. I tedeschi, infatti, inventarono per loro la qualifica di Imi («Italienisch militar-internierten», «Militari italiani internati») che li privava della protezione della Croce rossa internazionale, di ogni garanzia giuridica e di qualunque soccorso esterno. Nell’ottobre 1944, in seguito a un accordo Hitler-Mussolini, subirono un ulteriore cambiamento di status: furono trasformati in «lavoratori civili», senza però sostanziali cambiamenti della propria condizione.
Difficile calcolare con esattezza il numero dei militari italiani catturati dai tedeschi nei giorni successivi all’8 settembre: generalmente si accetta la cifra di 650mila uomini, dei quali 550mila deportati nei lager di Germania e Polonia e 100mila trattenuti nei Balcani. Gli «internati» furono, di fatto, traditi dal regime fascista, dalla monarchia, dal governo Badoglio, dai loro comandanti. Avrebbero potuto, pensando al proprio interesse immediato, venire a patti con i tedeschi. Ma rifiutarono. Posti dinanzi alla scelta fra la prigionia e l’adesione al nazifascismo (che apriva la via al ritorno a casa), in grande maggioranza scelsero di restare nei lager in condizioni durissime. Si calcola che almeno 40mila di loro pagarono quella decisione con la vita.
I sopravvissuti, invece, sono stati «ripagati» con l’oblio. Nessuno, o quasi - né gli storici, né i politici - si ricorda di loro. Da qualche anno la prospettiva di ricevere un seppur tardivo indennizzo economico da parte del governo tedesco ha indotto circa 110mila ex internati militari (tra viventi ed eredi) ad avanzare formale richiesta nell’ambito del programma di indennizzo rivolto alle vittime del nazionalsocialismo promosso dal governo tedesco. Ma a chiamare in causa anche il governo italiano è ora l’avvocato Ciantelli, un ex internato, che da anni si batte per la causa dei suoi compagni. Sulla base di nuovi documenti, intende denunciare i generali che consegnarono i soldati italiani ai tedeschi. Ciantelli, che ieri ha incontrato a Roma il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, ritiene che lo Stato italiano debba rispondere in giudizio per le colpe di quei generali. E chiede, soprattutto, una legge riparatrice nei confronti di quei 650mila soldati che prima furono imprigionati in virtù di sciagurati accordi tra gli alti comandi italiano e tedesco, e poi dimenticati per oltre 60 anni.