E io, ebreo, vi dico: è un gran Papa

Se come tutti si augurano, il pellegrinaggio del Papa si concluderà senza incidenti, gli israeliani tireranno un grosso sospiro di sollievo a tutti i livelli: politico, militare , teologico e protocollare. Di per sé questo pellegrinaggio ha rappresentato per Gerusalemme un grande successo ma solo col tempo sarà possibile misurare il suo reale impatto. Tre elementi emergono già con evidenza.
La personalità di Benedetto XVI. All’inizio impacciata, apparentemente incerta, offuscata da quella esplosiva, estroversa , popolare del suo predecessore, oppressa da una origine tedesca in un paese che con la Germania ha un conto tragico sempre aperto, è riuscita a ritagliarsi un’immagine locale e internazionale che nessun altro luogo avrebbe potuto offrirgli. È l'immagine di un servo del divino, di un anti star, che per citare un passaggio della preghiera giornaliera ebraica, chiede di «essere verso tutti polvere». In merito della quale i commentatori aggiungono: «Non è scritto da nessuna parte che questa polvere sia calpestabile».
Il Papa non si è lasciato "calpestare" né da quegli ebrei che ritenevano dovesse chiedere perdono per la divisa nazista vestita in gioventù né dalla petulanza politica islamica palestinese che gli chiedeva di denunciare Israele. L'immagine che il papa lascia in Israele è quella di un uomo di fede accolto con sospettoso onore e salutato con rispetto e comprensione.
Ciò che ha detto in favore della sovranità palestinese e contro i muri di separazione (prima fra i cuori poi fra i territori) è condiviso qui da molti. La sua condanna dell'antisemitismo, la sua volontà di non convertire nessuno, il rigetto di ogni manipolazione della religione allo scopo di giustificare la violenza, l'odio e le divisioni, è stata apprezzata come la sua preoccupazione per il futuro dei cristiani non solo in Israele, in continua diminuzione anche se con piena libertà di culto, ma nel resto del mondo, incluso quello islamico dove le persecuzioni dei cristiani sono all'ordine del giorno.
Contrariamente al pellegrinaggio di papa Wojtyla, la personalità di Benedictus XVI è stata al centro ma non ha dominato la scena politica e mediatica. Ha piuttosto avuto un forte effetto educativo su un Paese - e al di là delle sue frontiere - in cui l'ignoranza e il pregiudizio nei confronti della cristianità hanno radici antiche. La Chiesa di Roma è apparsa in tutta la sua grandezza rituale e spirituale anche nei confronti delle altre chiese. Ha messo in evidenza l'intreccio linguistico, storico, liturgico fra il giudaismo e la cristianità, facendo emergere il problema dell'apoliticità, tanto nel cristianesimo quanto nell'ebraismo, dell'ebreo Gesù. Ha auspicato per i cristiani nel Medio Oriente un ruolo di punta come veicolo di pace, non di ostilità. Infine questa visita papale ha permesso agli israeliani troppo presi dai loro problemi di sicurezza di misurare l'immenso patrimonio umano, culturale, religioso, del loro Paese e la responsabilità di difenderlo e condividerlo con gli altri. Un Paese che con tutti i suoi problemi e difetti si è trasformato in uno dei pochi laboratori di ricerca di soluzioni di due problemi mondiali - il ritorno della religione nella politica e la collaborazione della tradizione con la modernità - in un quadro democratico di libertà.