E l’Africa prende gli ecologisti a pesci in faccia

Per battere la malaria il Kenya adotta milioni di inutili zanzariere. Trasformate in reti da pesca

Niente, per debellare la malaria non c’è che una soluzione: bonificare gli habitat consueti della zanzara anofele, portatrice della malattia, e non risparmiare il Ddt. Ma andatelo a dire ai cosiddetti deep ecologists, quei «verdi profondi» a cui vengono le convulsioni al solo sentir parlare di modifica dell’ambiente e, soprattutto, di Ddt.
Il guaio è che l’ideologia ecologista deve aver contagiato anche l’Africa, i cui governi, non di rado intimiditi dalle nuove parole d’ordine che arrivano dal solito Occidente (quello politicamente corretto, s’intende), non di rado cercano di fare qualcosa di «verde» pure loro. Per esempio, la benemerita agenzia SviPop (Sviluppo e Popolazione) - già segnalatasi per aver svelato la bufala mondiale dei famosi nove orsi polari annegati a causa dello scioglimento dei ghiacci - con un articolo a firma di Anna Bono (29 settembre u.s.) ci informa che fin dall’autunno del 2006 il ministero della salute keniota ha ritenuto opportuno combattere la malaria distribuendo quasi tre milioni e mezzo di zanzariere nei ventidue distretti del Paese più colpiti dalla malattia.
Ebbene, nella zona di Kilifi dette zanzariere sono state restituite, dopo poche settimane, da almeno cinquemila persone che le consideravano stregate. Secondo loro, chi ne faceva uso riceveva l’immediata e sgradevole visita di una certa quantità di spiriti maligni. Altrove, invece, le zanzariere le hanno tenute, sì, ma per adibirle ad altro uso. Accade sulle sponde keniote del Lago Vittoria, dove vivono i pescatori di etnia Luo. I quali hanno trovato che le zanzariere funzionano meglio come reti da pesca.
I numeri parlano chiaro: non meno dell'82% delle famose zanzariere vengono utilizzate sia per pescare che per far seccare il pesce al sole. A chi ha fatto osservare ai pescatori in questione che le zanzariere distribuite dal governo sono impregnate di repellenti a lento rilascio (per l'esattezza, permetrina e deltametrina) e, dunque, risultano tossiche per i pesci, è stato candidamente risposto che, per i pescatori implicati, riempire la pancia è molto più importante della salute dei pesci. Ci si domanda, comunque, quanto sia efficace la lotta all'anofele tramite zanzariere, pur se opportunamente trattate, in posti, come quelli africani, in cui moltissima gente, bambini compresi, dorme per terra o al massimo su stuoie. Sotto quale materasso gliela rimbocchi, la zanzariera, al pupo? Sopra quale culla gliela acconci in belle pieghe? Non solo. Basta un buchetto ed eccoti la zanzara presente; anzi, con qualche difficoltà per uscire, semmai. Date le condizioni in cui vivono milioni di famiglie, da quelle parti, ci saranno la cura e l'attenzione necessarie alla continua e minuziosa manutenzione delle zanzariere? E ancora: com'è noto, le zanzare colpiscono dal tramonto all'alba; sempre più spesso anche di giorno. Va da sé che sotto la zanzariera ci si dorme, dunque ci si sta solo nelle ore del sonno. E per il resto? Anna Bono ha ricordato anche un'intervista (apparsa su «Volontari per lo sviluppo») del marzo scorso a Donata Lodi, funzionario dell'Unicef, la quale ha ammesso che per proteggere almeno l'80% della popolazione umana esposta alla malaria occorrerebbe, oggi come oggi, distribuire 264 milioni di zanzariere. Naturalmente, di quelle «trattate» chimicamente; che, se fanno male ai pesci, non saranno da meno con i bambini, i malati e le donne incinte. D'altra parte, non c'è che fare. «In fondo in Sardegna, dove era endemica, la malattia è stata sradicata solo grazie al Ddt», ha concluso il funzionario.
Già, fin dal tempo dei Romani, e fino all'altro ieri, il «Ti sbatto in Sardegna!» era la minaccia più temuta da ogni militare italiano. Oggi l'isola è ambita meta di vacanze. Ma diceva bene Indro Montanelli, ai suoi tempi: in Africa, mandateci prima i missionari e, i soldi degli aiuti, dateli a loro. Infatti, se prima non si sgombrano le teste dalla paura degli spiriti e dall'ignoranza (compresa quella «verde»), l'Africa resterà quello che è: un problema. Non solo per gli africani ma anche per le nostre città, dato il flusso senza fine di disperati che sfidano il mare aperto per venire da noi.