E' l'aria che respirano fin da bambini

Studenti di una scuola media napoletana (la «Salvo D’Acquisto» di Miano) scrivono nei loro temi che la camorra protegge e aiuta gli abitanti del quartiere, e giornali e televisione gridano alla meraviglia: è mai possibile?
Anch’io inarco le sopracciglia ed esclamo: «È mai possibile?», non riferendomi però alle uscite degli alunni, bensì allo stupore suscitato nei media.
Trecento (e più) anni fa, François de La Rochefoucauld, scriveva in una delle sue Riflessioni morali: «On ne devrait s’étonner que de pouvoir encore s’étonner», cioè «Dovremmo meravigliarci soltanto di poterci ancora meravigliare».
Ma come! Interi quartieri (Secondigliano, Piscinola, Sanità, Ponticelli, Fuorigrotta, Poggioreale) si ribellano alle forze dell’ordine, facendo scendere in strada donne (alcune incinte) e bambini (mentre dai balconi si lancia di tutto contro i carabinieri, dai sassi alle bottiglie, dai vasi di fiori ai bidè); porte si aprono per offrire riparo a scippatori inseguiti dai Falchi; arresti di boss sono vissuti come una tragedia popolare («Era il nostro san Gennaro. Ha fatto bene a tanta gente. In queste case c’è la povertà, in queste case c’è il niente»), e noi mostriamo sorpresa se ragazzi di questi quartieri inneggiano alla camorra?
La camorra - come giustamente ha osservato Sabino Acquaviva - è un fenomeno anzitutto culturale. Riguarda i rapporti personali fra gli individui, l’assenza di senso civico. Dietro la camorra c’è anche la sfiducia verso le istituzioni, e quindi la tendenza a farsi giustizia appoggiandosi ai clan. Quasi senza accorgersene, i giovani scivolano in una delinquenza che respirano nell’ambiente e anche nella famiglia. Un po’ alla volta avviene una specie di selezione e quelli più disponibili, più capaci, entrano nella grande criminalità. Si formano, si sono formati nei decenni, dei tessuti criminali che coinvolgono interi quartieri. Bambini e ragazzi respirano fin da piccolissimi un’atmosfera criminale, che dalle mie parti esiste da due secoli e più.
Ci si meraviglia. Eppure due anni fa, un sondaggio compiuto in una scuola di Ottaviano (ex regno di Raffaele Cutolo) rivelò che solo il 36 per cento degli studenti pensava che i boss si potevano sconfiggere; un altro questionario promosso, nello stesso anno, tra gli studenti della periferia nord di Napoli, dimostrò che appena il 28 per cento degli studenti aveva fiducia nelle forze dell’ordine. Nel 2007 un’inchiesta compiuta tra gli scolari napoletani fece emergere questa sconfortante realtà: 1 studente su 3 riteneva che «nei clan» ci fosse «qualcosa di buono», il 14 per cento dei ragazzi «assolveva» la camorra perché offriva lavoro.
Ora è la volta degli studenti di Miano. Miano è un quartiere ad alta densità criminale. Circolano facce da Alcatraz (però ho seri dubbi che qualcuno ammaestri uccellini); da alcune sue traverse (che conosco fin troppo bene, avendo insegnato da quelle parti) escono Ferrari da centosettantamila euro con a bordo epigoni di don Rodrigo e dei suoi bravi. Un quartiere dove la gente onesta è prigioniera dei delinquenti. Un quartiere che giustificherebbe la presenza della V Armata. Qui (come d’altronde in tanti altri quartieri della città) Maradona è (ancora) un dio, appena al di sotto (o al di sopra?) di san Gennaro. Per molti giovani, appoggiati alle pareti di un bar o di una sala-giochi l’interrogativo primario (esistenziale) è: «C’ha fatto ’o Nàpule?».
E mentre l’aria ferma del primo pomeriggio domenicale risuona del boato dei televisori («Gol di Lavezzi!») una torma di zoccole dà l’assalto a un cumulo di munnezza.