E la Madama gridava: «Ragazzi in camera!»

«Ragazzi in camera...!». Era questo il grido della simpatica «Madama» che gestiva uno dei mitici «casini» genovesi, per invitare gli ospiti a «non fare flanella» con le belle fanciulle in attesa. Ed era lo slogan diventato tradizionale di ogni «inno goliardico», quando a Genova la goliardia aveva ancora un sapore vero e genuino e i «baistrocchini» (con la loro indimenticabile «Compagnia») iniziavano la loro rivista, con tutto il pubblico che li seguiva, intonando appunto questo splendido urlo...
Stranamente, di questi tempi, si parla molto e ancora di «case di tolleranza» in città, perché forse «quel momento di felicità» aveva un suo significato e una sua «morale», di fronte al disagio di oggi con la prostituzione diventato anche fatto criminale.
Ma chi ne parla e chi ricorda, quasi mai, ha avuto esperienze dirette: perché «andare a casino», nella fine degli anni Cinquanta (la legge Merlin, per alcuni malfamata, chiuse le case il 20 settembre del 1958) era come andare ad uno spettacolo, ad un teatro, ad una rappresentazione umana straordinaria. Era, insomma, un grande piacere. Proprio in queste settimane, leggo, sulle nostre colonne piacevoli racconti del mitico maresciallo Careddu, che ricorda come Mario Soldati (di cui lui fu ispiratore del celebre «Racconti del maresciallo») descriveva questi «luoghi di peccato», «luoghi di dolcezza e di umanità». Leggo che «vi era tanta poesia nel descrivere il mondo delle case chiuse». Lo credo davvero! Quei gentili, nascosti teneri luoghi pieni di ombra e di mistero; di luci e di risa soffocate, di balenanti nudità bianche, rosse, dorate, brune, di volti e di sguardi umani. Genova, città di mare, aveva una fitta rete di «case» (si parla di circa trecento) che costellavano soprattutto i vicoli, l’angiporto, ma qualcuna si apriva anche nel cuore della city (come si direbbe oggi). La più lussuosa era il «Suprema», in vico dei Cebà (appena dietro Galleria Mazzini) ed era solo e soltanto per gente ricca, professionisti, avvocati, anche qualche prelato. Quando suonava il campanello, si tiravano le tende rosse e i clienti non potevano vedere il nuovo ospite: si sussurra che dalla curia, appena vicina, arrivasse qualche simpatico buongustaio in tonaca. Come ha ricordato l’amico Pro Schiaffino, era elegante, stile Liberty, camere di gran lusso, tariffe solo e soltanto per nobili più o meno decaduti. Noi, goliardi, ne stavamo lontano, ovviamente. Le donnine erano fantastiche, sicuramente di alto livello. Si racconta che un alto prelato, al termine dell’incontro non avesse il denaro sufficiente per pagare la lussuosa prestazione. Ma la «Madama» cortesemente pare rispondesse: «Eminenza dica per le nostre ragazze un mese di messe gratuite».
I goliardi, gli studenti genovesi erano invece tutti ospiti del «Castagna», simpatico ritrovo dell’omonimo vicolo (dove oggi, se vi passate sentirete solo un eccellente profumo di cioccolato, perché proprio in quel vicolo vi è una delle più prelibate fabbriche di fondente). Il «Castagna» era il «dopo-scuola» degli universitari. Ci si andava «anche» per studiare. I grandi avvocati di quella generazione si laurearono studiando accanto alla indimenticabile «Mary». La «Madama» divenne la «fidanzata» degli universitari genovesi. Chi ricorda, infatti, l’Indianapolis? Era la famosa gara delle carrette di legno che, ogni anno, scendevano dalle alture del Righi per chiudere al traguardo in fondo a via Assarotti. Ebbene, all’arrivo era sistemato un palco per la giuria e gli ospiti illustri. E la «Mary» veniva sempre presentata al Sindaco della città (che non la conosceva ovviamente) come la «madrina, nobildonna illustre di antica stirpe» che aveva aiutato gli studenti appunto nell’Indianapolis. La «Mary» si presentava, splendida, in collo di pelliccia, abito lungo, una vera «sciantosa» ottocentesca. E c’era il sempre atteso ed applaudito «baciamano» da parte del Sindaco, un po’ ignaro...
Al «Castagna» sono nati anche grandi amori: un celebre avvocato, ancora oggi sulle breccia (cioè in vita) si era innamorato follemente di una certa «Cinzia» (bellezza assoluta, bolognese di nascita). L’aveva inizialmente assunta come cameriera, poi la moglie aveva scoperto il vero obiettivo, mandò via di casa marito e Cinzia. Ma lui, sempre più innamorato, lasciò la consorte e sposò la sua Cinzia. Credo, ancora oggi vivano entrambi felici e contenti.
Un po’ più caro, per noi studenti, era il «Lepre», proprio in vico della Lepre. Elegante, era situato in un antico e nobile palazzo del Centro Storico (ancora oggi rimane il portale e, vicino, piazza della Lepre dove si è aperto un piacevole pub, (il primo a far assaporare l’assenzio). Il «Lepre» aveva appunto un portale che riportava questa frase in latino: Quoadcumque boni Egeris ad Deum referto. Quando in quel perfido 20 settembre 1958, vennero chiuse queste case sul Secolo XIX apparve un annuncio mortuario: «Ci ha lasciato Rina della Lepre...». Tale era il nome della tenutaria e il testo recitava così: «Per l’immatura scomparsa dell’adorata zia Rina della Lepre: la dura legge che ne estinse le operose giornate nulla potrà togliere a quella che fu la massima della sua vita: Quoadcumque boni Egeris ad Deum referto». Per anni non si seppe mai chi fece questo annuncio. Lo posso rivelare io, a distanza di cinquant’anni, quasi a ricordare l’evento. Fu Pino Williner, uno dei più straordinari goliardi di quegli anni, trascinatore del popolo universitario, direttore di compagnia per tanti anni della Baistrocchi, un genio della trovata spiritosa. Lo ricordo, perché Pino ha segnato un’epoca, per noi studenti, unica e indimenticabile.
Le «case chiuse» erano, per gli universitari, momenti di relax, quando i modelli di divertimento per i giovani nella nostra città non erano molti: l’università, dove ancora ci si divertiva ma si studiava (le iniziative culturali erano forti, esisteva un Cut, Centro universitario teatrale, esisteva l’Agu, Associazione goliardica universitaria, di cui fu presidente Alfredo Provenzali, oggi ancora eccellente radiocronista sportivo), dove quella che oggi si chiama integrazione, allora esisteva e si chiamava amicizia. Università, dicevo, poi le «vasche» di via XX Settembre e d’estate il Lido e la riviera dorata di Santa e di Portofino. Erano questi i punti fermi di una gioventù che si è formata, creando una generazione che ancora oggi ha il suo peso e una certa vitalità.
Sulla storia delle «case chiuse» a Genova si potrebbero scrivere fatti e fattacci infiniti. Le raccontò, anni fa, con un grande amore, uno scrittore di casa nostra, Remo Borzini, che intitolò il suo libro: «Il malamore». Pagine di notizie, di ricordi e di esperienze, con una mappa completa delle case chiuse genovesi. Non se ne trova più una copia. Tempo fa, se non sbaglio, è stata proposta una bella iniziativa. Un itinerario per visitare i «luoghi dell’onesto peccato» che contrassegnarono il nostro centro storico: perché non riprendere quella iniziativa?
Oggi quelle «case» sono diventate piccoli alberghi, abitazioni private, e molte sono ancora «aperte». I marinai che sbarcavano nel nostro porto andavano soprattutto in due luoghi del peccato: ai «Lavezzi» e al «Sottomarino». Posti orribili, dalle tariffe bassissime. E ancora chi dimentica il «Pomino» (per qualche tempo venne aperto, nei suoi spazi, un piccolo ristorante dove si mangiavano le fragole con l’aceto...). E gli «Spada», all’inizio di via Luccoli, oggi divenuti simpatici alberghetti? Recitavano i goliardi nelle loro riviste: «Ne uccide più lo Spada che la gola...».
Ricordo ancora, per chiudere queste poche note, un nostro caro professore di via Balbi (facoltà di Legge) che un bel giorno portammo appunto, al «Castagna». Fu un pomeriggio intenso, in tutti i sensi; inizialmente titubante, fu coinvolto piacevolmente da alcune belle ragazze con le quali iniziò subito una lezione di «Diritto di procedura penale». Fu un momento esilarante. Quando uscimmo ci disse: «Ragazzi, meglio un divano del “Castagna” di una cattedra di Balbi». In quell’anno prendemmo tutti, in «Diritto di procedura penale», trenta e lode.