E' morto il vero Indiana Jones

L'archeologo ed esploratore americano Gene Savoy aveva 80 anni. In Sudamerica ha scoperto oltre 40 città perdute delle civiltà precolombiane. Viaggiò dal Perù al Messico con una zattera per dimostrare i primi contatti tra Aztechi e Incas. Con le sue imprese ispirò i film di Spielberg e Lucas

Il «vero» Indiana Jones non è vissuto abbastanza per vedere il quarto film ispirato alla sua figura. La nuova pellicola del famoso archeologo interpretato da Harrison Ford, quarta della serie, viene girata in questi mesi, ma Douglas Eugene Savoy, detto Gene, archeologo ed esploratore statunitense, è morto per problemi cardiaci nella sua casa di Reno, in Nevada, all’età di 80 anni.

Steven Spielberg e George Lucas si sono ispirati proprio a Savoy per creare il noto archeologo con frusta e cappello che negli anni Ottanta fu protagonista della trilogia cinematografica. La sua è stata un’avventura vera, vissuta in presa diretta: in Perù Gene Savoy ha scoperto oltre 40 città perdute degli Inca e di altre civiltà precolombiane, e a lui si devono molte scoperte sensazionali. Negli anni ’60 fu uno dei primi esploratori a ritrovare Vilcabamba, l’ultima città libera dell’impero Inca, dove avvenne la battaglia finale contro gli invasori spagnoli. Ancora più importante il ritrovamento nel 1985 delle rovine di Gran Vilaya, la probabile capitale dei Chachapoya, una cultura amerinda contemporanea agli Inca che fu sottomessa dal più noto impero precolombiano poco prima dell’arrivo degli spagnoli.

Le rovine di Gran Vilaya, che comprendono almeno cinquemila edifici in un’area di 65 chilometri quadrati, potrebbero essere ciò che rimane della più grande metropoli mai scoperta nelle Americhe, abitata dal 600 dopo Cristo al 1500, e forse le rovine più estese mai ritrovate in tutta la storia dell’archeologia. Oltre a questaenorme città Gene Savoy ha scoperto diverse altre rovine della civiltà Chachapoya, che gli Inca chiamavano «il popolo delle nuvole» perché abitavano le montagne del Nord. Prima di Savoy la loro esistenza veniva considerata solo una leggenda. Le cinque città di pietra dei Chachapoya, comprensori composti da strade in pietra, rupi terrazzate, torri funerarie e altre strutture sacre, si estendono per 100 chilometri quadrati nella precordigliera andina della regione amazzonica di San Martin, nel nord-est del Perù, a circa 2800 metri d’altezza.

Baffoni da bandito ottocentesco, cappello e abbigliamento da cowboy, Gene Savoy veniva accompagnato nelle sue spedizioni da gruppi di aspiranti esploratori, che pagavano per stare con lui quando si addentrava nella giungla alla ricerca di antiche rovine. La figura di Savoy si prestava a ispirare il cinema, anche per le sue capacità mediatiche, grazie alle quali è sempre riuscito a pubblicizzare al massimo le sue scoperte e le sue imprese.

Dagli inizi come archeologo dilettante, Savoy era diventato famoso già negli anni ’60, quando si era messo a cercare il mitico luogo in cui si troverebbe la Fonte dell’Eterna Giovinezza, oltre al sito dove venne nascosto l’altrettanto mitico tesoro di El Dorado. Spesso i suoi annunci venivano presi con scetticismodagli storici, come quando si disse convinto di poter dimostrare che l’oro di re Salomone veniva dal Sud America. Ma d’altra parte anche quando nel 1964 scoprì Vilcabamba non fu creduto, e la sua scoperta venne confermata solo dodici anni dopo, da altri archeologi.

Gene Savoy ha dedicato 50 anni della sua vita allo studio delle civiltà precolombiane, tra le montagne più alte e le giungle più impenetrabili, e anche in mare. Per dimostrare infatti che l’impero azteco e quello inca potevano aver avuto frequenti contatti commerciali nel 1969 navigò dalPerù al Messico per più di tremila chilometri su una zattera di canne costruita con tecnologie precolombiane. Con un’altra barca salpò dagli Stati Uniti al Sud America e fino alle Hawaii per studiare i venti e le correnti marine, con lo scopo finale di dimostrare teorie archeologiche poco ortodosse, come l’idea che in passato le civiltà precolombiane potevano aver avuto contatti con l’Africa e l’Asia. Fin dagli anni Settanta Savoy ha raccontato le sue imprese in una dozzina di libri, finendo per diventare, oltre a uno degli archeologi più noti, anche ispiratore dell’archeologo più famoso della storia del cinema.