E ora bisogna aiutare imprese e famiglie

E siamo di nuovo alle montagne russe. Chi sperava che le decisioni utili e intelligenti prese a Parigi domenica scorsa dai governi dei Paesi dell’Eurozona avessero avviato il principio della fine delle turbolenze finanziarie è rimasto di stucco. Noi, in verità, un po’ meno. Intendiamoci, le decisioni parigine ratificate dal Consiglio europeo riunito a Bruxelles vanno tutte nella direzione giusta.
La garanzia pubblica dei depositi dei conti correnti e dei prestiti interbancari, lo scambio tra titoli «tossici» posseduti dalle banche con titoli di «qualità» posseduti dal Tesoro e dalle Banche centrali per garantire maggiore liquidità, la ricapitalizzazione degli istituti di credito con l’aiuto, all’occorrenza, del capitale pubblico, offrono un ombrello ampio per la tutela dei risparmiatori e delle banche. Ma purtroppo non è sufficiente.
Abbiamo visto in queste settimane che pochi si sono posti la domanda del perché è accaduto tutto questo putiferio sui mercati finanziari. Eppure la risposta è semplice, anche se inquietante. In questi ultimi 15 anni i mercati finanziari si sono sempre più caratterizzati come luogo di scommesse. Niente altro che scommesse. I derivati, gli swap, i futures e quante altre diavolerie propagandate come le nuove frontiere della modernità altro non sono che «scommesse» sul rialzo o sul ribasso di questo o di quell’indice azionario, di questa o di quella materia prima, di questa o di quella valuta. Insomma, il mercato come l’impero degli allibratori nel quale la ricchezza è tutta costruita sulla carta senza alcun collegamento con la produzione di beni e servizi.
E se a tutto questo si aggiungono: a) quei prodotti definiti strutturati e che quasi sempre sono obbligazioni poco trasparenti caratterizzate da un mix di queste scommesse e di crediti difficilmente esigibili (leggi mutui subprime); b) la distorsione della leva finanziaria che aumenta la capacità di acquisto a debito, si capisce dinanzi a quale castello di carta ci troviamo.
Più volte nei giorni scorsi abbiamo detto che questo non è il mercato, ma solo una sua grave degenerazione che ricorda da vicino la famosa vendita della Fontana di Trevi da parte di Totò a un confuso cafone italoamericano.
Sino a quando non si deciderà di metter mano al disboscamento di questo mercato cartaceo che in termini nobili si chiama finanziarizzazione dell’economia, la stabilità dei mercati sarà sempre a rischio.
Ci rendiamo conto che questo può mettere in difficoltà chi si era abituato ad accumulare grandi ricchezze personali con le mille Fontane di Trevi messe ogni giorno in vendita nelle Borse di tutto il mondo, ma quel tempo è ormai finito. La finanza dovrà rientrare nel suo ruolo naturale di infrastruttura dell’economia al servizio della produzione di beni e servizi e come ogni infrastruttura avrà un suo «profitto» giusto e ragionevole.
Nessuno vive di aspettative come i mercati finanziari. L’ombra lunga della recessione, infatti, complica ulteriormente la stabilità dei mercati perché l’avvitamento tra la crisi delle banche e quella delle imprese è un mix devastante che va subito contrastato. Di qui l’esigenza di dare una mano alle imprese ripristinando, ad esempio, la deducibilità degli interessi passivi e l’ammortamento accelerato per i prossimi 24 mesi e un sostegno alle famiglie riducendo l’imposizione fiscale sui redditi più bassi.
Sappiamo che tutto questo è un costo per la finanza pubblica, ma è un costo decisamente minore di quello determinato da una recessione, come dimostra l’attuale andamento del nostro deficit.
Sono mesi che urliamo che i tagli in una congiuntura come questa altro non sono che l’accelerazione della recessione. E purtroppo le cose ci stanno dando ragione. Pulizia nei prodotti finanziari e rilancio della crescita, dunque, sono le altre due misure che possono completare quell’azione di stabilità nei mercati finanziari avviata con le decisioni del vertice di Parigi. Diversamente, queste stesse decisioni saranno puntualmente vanificate.
Geronimo