E per quel finto moderato eutanasia e aborto pari sono

«Onorevoli colleghi, la presente proposta di legge prende spunto dall’iniziativa promossa dall'associazione Exit per l’affermazione del diritto ad una morte dignitosa, del diritto cioè di ciascun individuo di scegliere le modalità dell’interruzione della propria sopravvivenza». Così inizia la relazione introduttiva a un disegno di legge presentato nella XIV legislatura, dal significativo titolo: «Disposizioni in materia di interruzione della sopravvivenza». Chi è il presentatore di questa legge, un esponente del Partito radicale, esplicitamente impegnato a favore dell’eutanasia? No, è il «moderato» Giuliano Pisapia, candidato a sindaco di Milano e acclamato da qualcuno come il più equilibrato e composto tra i due politici rimasti in corsa.
Ricordiamo che Exit è l’associazione svizzera che applica il protocollo di morte concordato con la giustizia di Zurigo, e che dichiara con orgoglio che un terzo dei suicidi assistiti del paese è praticato dalla propria organizzazione. Il titolo della proposta di legge è chiaramente ricalcato sulle norme per l’aborto: «interruzione volontaria della sopravvivenza» come della gravidanza. Si instaura così un unico filo conduttore tra la soppressione del feto nel grembo materno e quella della persona nella maturità e nella malattia.
Secondo questa impostazione un’esistenza si può sempre «interrompere», e l’autodeterminazione deve prevalere sull’esigenza di tutela della vita umana. Non si tratta di un disegno di legge firmato distrattamente, aggiungendo il proprio nome in calce a un contenuto elaborato da altri: di questo testo Pisapia è il primo e l’unico firmatario, esprime dunque pienamente la sua impostazione culturale sul tema, la sua idea sulla vita e la morte, ma anche sulla solidarietà sociale.
Nella stessa relazione, leggiamo che «conseguentemente, viene introdotta una specifica ipotesi di non punibilità per i delitti di omicidio del consenziente e di aiuto al suicidio». È questo l’obiettivo giuridico, ed è questa, dunque, la società che si vorrebbe costruire. Una società in cui il «diritto individuale» a morire prevale sul mutuo aiuto, sulla volontà di soccorrere e curare. Per Pisapia, in questo caso, il gesto di fraternità non è aiutare a vivere ma aiutare a morire, perché la persona è vista solo come individuo, sganciato da un tessuto di relazioni personali e di comunità, chiuso in se stesso e nella sua volontà solitaria, su cui non è lecito intervenire. Agli altri non resta che prendere atto delle libere decisioni individuali, e aiutare ad attuarle; uccidersi è una scelta come un’altra, un diritto esigibile, e offrire la morte al malato può diventare un’opzione proposta dal Servizio sanitario nazionale. Di fronte all’aspirante suicida che sta per buttarsi dal ponte la società dovrebbe fornire un aiuto di stato (il carabiniere che lo spinge giù, o un kit per l'eutanasia fai-da-te?) o magari basta il semplice girarsi da un’altra parte: in fondo sono scelte autonome.
Ma, come ha scritto il Papa, la questione sociale è ormai diventata integralmente antropologica: i temi etici non sono collocabili in una zona extrapolitica, ma implicano una concezione dell’individuo che si riverbera immediatamente sul concetto di fratellanza e umana solidarietà. Milano, città profondamente solidale, in cui è vivissima la tradizione del volontariato, non può non interrogarsi su questi orizzonti. Su Giuliano Pisapia c’è stata una certa confusione, su cui è bene che soprattutto gli elettori cattolici abbiano modo di riflettere. Per un politico, la moderazione non è uno stile di vita, non è il contegno, la sobrietà, la discrezione o la buona educazione; la moderazione riguarda i contenuti delle sue scelte politiche e culturali. Pisapia è l’esponente di una borghesia milanese colta e radicale, un educato e simpatico estremista, più simile a Emma Bonino e Bertinotti che a Matteo Renzi, e la sua vittoria metterebbe un'ipoteca massimalista sul centrosinistra.
*Sottosegretario al Welfare