E a Sanremo vince il Festival della famiglia

Chissà se Vladimir Luxuria guarda Sanremo? Stando al manifesto di ieri, dovrebbe. Per il foglio della sinistra radicale, infatti, l’Ariston è diventato il luogo comune nazionalpopolare in cui «riaffiora un Paese reale cui le istituzioni fanno fatica a dare risposte». Proprio così: «Abbiamo dato la fiducia a Prodi, vogliamo negarla a Baudo?», lui che ha messo su un Festival praticamente no global, in cui si parla di guerra, di pace, di malati di mente e disoccupazione? Per sapere dove spostare la barra per navigare sicuro tra Tav e Dico, tra basi americane e pensioni, il premier dovrebbe sintonizzarsi sui testi sanremesi. Superpippo «a sinistra di Prodi».
Contrordine compagni: si era appena finito di dire che il Festivalone era «lo specchio del Paese», anzi, più precisamente, «lo specchio della politica italiana». Invece no, il Festival è il modello da seguire. Nientemeno. Sarà, ma il fatto è che in palio c’è una posta di 12 milioni di telespettatori, che sono un bel pacco di elettori da tirare da una parte o dall’altra, a sinistra di Prodi, a destra di Fini, al di sopra di Fassino, più in basso di Maroni, a seconda dei giornali in cui si scrive. Il tutto, tralasciando di guardare ciò che accade davvero all’Ariston.
Perché, al tavolone ricco e grasso del Festival, qualcuno bara: o noi mestieranti della penna o i burattinai della kermesse. Tanto per fare un esempio facile facile, mentre sui giornali non si fa che alimentare l’epocale dibattito sui Dico, Pacs, unioni gay e transgender come fosse una spada di Damocle che pende sul futuro prossimo e remoto dell’Italietta non troppo scanzonata, lì, dove si celebra la liturgia a sinistra di Prodi, l’argomento non è, non dico, pervenuto, ma nemmeno sfiorato, evocato, ventilato. E non pare che, fino ad oggi, se ne sia sentita la mancanza, o che migliaia o milioni di telespettatori si siano attaccati ai centralini della Rai per dire che non si sentono rispecchiati perché le canzoni e Baudo e la Hunziker non parlano dei Pacs.
Già, Baudo, le canzoni, Michelle: tutto un altro Festival di quello della politica a sinistra di Prodi. Perché, sempre se si vuole guardare lì, si vedono sfilare i Facchinetti, padre e figlio normali come la loro canzone (modesta), i Bella, Marcella e Gianni, che sono sorella e fratello, Al Bano che canta Nel perdono musicata dal figlio Yari, Mango e sua moglie Laura Valente che si chiedono se nevica. E poi Michelle che, in apertura del Festivalone intona con voce tremante Adesso tu, successo canoro dell’«unica persona con la quale ho fatto qualcosa di buono nella vita», alludendo alla figlia Aurora avuta da Eros e sciogliendosi in lacrime. Insomma, agli antipodi della sinistra di Prodi, dalle parti della famiglia classica, dintorni di Raiuno e del suo stagionato pubblico. Altro che Superpippo maître à penser della sinistra radicale.
Nelle canzoni si parla di guerra, di disoccupazione dei cinquantenni e di malati di mente, è vero. E la parola amore compare solo tredici volte. Meglio così, canta Dorelli. Ma da questo a dire che Baudo ha edificato un Festival no global ne devono passare di canzoni dentro l’Ariston. Per esemplificare ancora, stando all’oggi, nella speranza di vincere il Festivalone nazionalpopolare, i rappresentanti ufficiali della sinistra canora si sono presentati con motivetti tranquilli tranquilli: Paolo Rossi con una canzoncina leggera e un po’ cerchiobottista di Rino Gaetano, Milva la rossa («fuori e dentro») con un brano sul tormento di un fallito che non si rassegna e Daniele Silvestri, lui sì area no global, con un furbo e gradevole ritornello, ottimo per le rotazioni radiofoniche. Chi glielo dice a quelli del manifesto che Luxuria non guarda Sanremo? E se lo guarda non ci si rispecchia?