E la stampa amica scaricò Prodi

Arturo Gismondi

Hanno fatto rumore, nei giorni scorsi, gli attacchi un po’ scomposti di Romano Prodi ai poter forti, e alla stampa che, seguendone i dettami, gli sarebbe implacabilmente avversa. Si può capire che il momento per il premier non è dei migliori, la Legge finanziaria non piace a nessuno, ma l’immagine da lui trasmessa è quella di un uomo in affanno, che si sente braccato, e reagisce attribuendo la colpa dei suoi guai un po’ a tutti: all’opposizione, ed è naturale, agli alleati infidi, ma soprattutto ai giornali che avendocela con lui, per ragioni pessime va da sé, gli rendono difficile governare. Dice Prodi: «Lavorare contro i mezzi di comunicazione è per noi un problema molto serio».
Capita in verità ai governanti, nostri ma anche altrui, di non gradire sempre l’atteggiamento dei media, capitò anche a Berlusconi di lamentarsi ricevendone in cambio accuse di attentato alla libertà di stampa risparmiate questa volta a Prodi. Al quale, però, spetterebbe chiarire perché mai la grande stampa, che nella campagna elettorale è stata dalla sua parte, abbia mutato così radicalmente opinione.
Resta il fatto che da parte del mondo politico si attribuisce ai giornali, e ai media in genere, un potere abnorme nell’orientare in un senso e nell’altro l’opinione pubblica, fino ad attribuire a essi il potere di suscitare moti che non troverebbero nella realtà, ma nel potere mediatico, la loro ragione e origine. A ciò fra l’altro si attribuisce il fatto che Prodi abbia messo in campo, in questo periodo e quando di carne al fuoco non ne manca, una riforma televisiva interpretata da molti come un tentativo di forzare il gioco mediatico.
Ci soccorre per l’occasione, a consigliare saggezza ai politici, il libro di uno psichiatra, Marco De Murtas, appena uscito per l’editore Armando, nel quale l’autore con argomenti persuasivi si prodiga per smentire, rifacendosi a eventi che riguardano l’esperienza in campo pubblicitario e non solo, le presunte capacità dei media di suscitare, da soli e per forza e volontà proprie, movimenti capaci di incidere nell’opinione, nel costume, nei consumi, negli orientamenti della società. Sostiene De Murtas, sulla base delle vicende delle società avanzate degli ultimi decenni, che le spinte che si producono sono legate a ben altri e più complessi fenomeni, che il successo di certe campagne è legato al fatto di saper recepire, accogliere e tradurre in messaggi i contenuti già presenti nel corpo sociale. Al punto che negli ultimi decenni, sostiene, «furono spesso i consumatori a cambiare il modo di fare pubblicità e non viceversa».
Il De Murtas reca a sostegno della sua tesi l’opinione di una autorità in materia, Vance Packard, l’autore de I persuasori occulti che negli ’50 dette vita, anche suo malgrado, a una scuola di pensiero incline ad attribuire alla potenza mediatica e suggestiva delle informazioni poteri di indottrinamento addirittura demoniaci, dei quali le società moderne sarebbero state le vittime inermi. Non è stato così, dice De Murtas, e lo dice lo stesso Packard , i giornalisti non si illudano sul loro potere, i politici curino di più la loro opera fidando in essa, se ne gioveranno gli uni e gli altri.
a.gismondi@tin.it