Ecco le Alpi come non le avete più viste

I paesaggi che l’aumento delle temperature sta cancellando: interi ghiacciai scomparsi in pochi decenni. E con loro storiche imprese alpinistiche ora irripetibili

Lorenzo Scandroglio

Lo scioglimento dei ghiacciai non è solo tema di attualità scientifica buono per prefigurare scenari apocalittici che, al momento, suonano come richiami per emendare certe umane colpe. Si pensi alla proliferazione di quello che ormai è un genere cinematografico, come testimoniano recenti film quali The day after tomorrow o simil documentari alla An inconvenient truth dell’ex vice presidente americano Al Gore.
Si potrebbe aprire l’ennesimo dibattito su quanto l’indubbia incidenza umana sul clima sia determinante nel riscaldamento globale. E il discorso sarebbe infinito. Ci limitiamo a segnalare – per contribuire a stimolare una riflessione – che dell’argomento si sta ora occupando una mostra itinerante, per la prima volta in Italia (per le date: http://europedirect.iasma.it), intitolata «Gletscher imTreibhaus - Ghiacciai in serra» - realizzata dall’«Associazione per la ricerca ecologica» di Monaco, col sostegno di Greenpeace. L’allestimento mette a confronto fotografie storiche con altre recenti di 20 ghiacciai, cioè della migliore cartina di tornasole esistente sui cambiamenti climatici. Dalla Mer de Glace, sul Monte Bianco in Francia, fino all’Adamello e a Solda in Italia, passando attraverso lo Schneeferner tedesco piuttosto che il Waxegg austriaco o il Morteratsch svizzero, tutti i ghiacciai alpini hanno subito una riduzione macroscopica, quando non sono del tutto scomparsi.
Qualcuno potrebbe obiettare che i tempi geologici sono ben poca cosa di fronte ai centocinquant’anni intercorsi fra i primi dagherrotipi e le odierne foto digitali. E non avrebbe tutti i torti. Ciò nonostante quei pochi anni sono bastati perché la temperatura media globale salisse di quasi un grado centigrado con inevitabili ripercussioni sui ghiacciai delle Alpi e del mondo intero, poli inclusi. Da almeno un secolo e mezzo le temperature tendono inesorabilmente a salire. Anzi, prendendola un po’ più alla larga, possiamo dire da almeno 10.000 anni, cioè dalla fine dell’ultima glaciazione cosiddetta del Würm.
Nel frattempo, passando per cicli e ricicli del clima, questo aumento graduale delle temperature ha avuto, come succede in tutto ciò che riguarda la natura, altri micro-cicli in controtendenza, come la piccola Età glaciale (e non Era, perché più breve) andata dal 1600 al 1850, durante la quale non era difficile vedere ghiacciare la laguna di Venezia, il Tamigi di Londra e lo stesso Canale della Manica.
Macro o micro che siano, tutti questi cicli sono dovuti a cause naturali, quali una leggera variazione dell’inclinazione dell’asse terrestre, la presenza di aurore boreali, la creazione di una cappa di ceneri di origine vulcanica nell’aria. L’intervento dell’uomo attraverso l’emissione dei gas serra è ormai stato provato e, in presenza di una tendenza, può contribuire ad accelerarla o a contrastarla. In questo momento si sta verificando il primo dei due casi e l’accelerazione della tendenza al riscaldamento rischia di divenire patologica.
Tornando però al riscaldamento di questi anni anche l’aneddotica alpinistica è piena di esempi emblematici. Tanto più incredibili se si pensa che sono tutti riferiti a scalatori ancora in vita che hanno potuto compiere imprese in contesti ormai decisamente cambiati.
La grande montagna patagonica, il Cerro Torre per esempio, quando fu scalata da Cesare Maestri nel 1959, doveva essere rivestita da una sorta di calotta di ghiaccio che, ora, è del tutto scomparsa.
Ma anche l’austriaco Kurt Diemberger fu protagonista di una scalata oggi non più possibile: quella sulla “Grande Meringa” del Gran Zebrù (nel gruppo dell’Ortles) dove si trovava una vera e propria meringa gigante che rendeva necessaria una scalata da ghiacciatore. Ora non è più così: la meringa se l’è mangiata il caldo...
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