Ecco il De André senza retorica che mi è stato fratello per 35 anni

Cesare G. Romana commenta lo speciale su Raitre di Fabio Fazio Le canzoni andate in scena sono frammenti della vita di tutti noi

Milano - Via Fabrizio De André, a Genova, è un viottolo breve, che costeggia l’Acquario e si spegne in mare. «Perché tutte le storie, a Genova, finiscono in mare», chiosa Renzo Piano, e racconta che «per Fabrizio il mare era l’idea stessa della sua poetica: con la sua leggerezza, la sua ampiezza, la mediterraneità che è meticciato di culture».

Tocca al grande architetto introdurre Fabrizio 2009, che Fabio Fazio e una luminosa Dori Ghezzi hanno condotto su Raitre a dieci anni dal congedo del nostro più grande poeta in musica. Si parte da Genova e a Genova si torna, alla fine, con Cristiano De André e Mauro Pagani che in Creuza de ma evocano il destino erratico di noi genovesi, «ombre di facce, facce di marinai». Quel mondo capovolto «dove la luna si mostra nuda / la notte ci ha puntato il coltello alla gola / e a montare l’asino è rimasto Dio / ché il diavolo è in cielo e ci ha fatto il nido».

Dunque «la Genova di De André - dice Piano - è fatta di pietre e d’acqua, è scontrosa e segreta, libera e dunque ribelle com’era lui. Ci univa la convinzione che l’arte possa cambiare il mondo, e quell’attitudine al silenzio che oggi si è persa. E poi il fatto che io, da architetto, vorrei essere un poeta, mentre lui, da poeta, aveva la concretezza, per così dire materica, di un architetto».

Ritrovo dunque, in queste tre densissime ore, il Faber che per trentacinque anni ho avuto fratello, e forse anche altro perché il suo mondo, dice Fazio, è «così affollato che ci scopri sempre del nuovo». Eccolo ironico e aguzzo in Don Raffaè, portentosamente reinventata da Dalla, poi pensoso in Via del Campo, ricreata da Gianna Nannini in una lettura intensissima. I grandi della canzone sfilano per rendere omaggio al Maestro, e «il rischio - sorride Dori - è che Fabrizio, uomo di minoranze, diventi maggioranza». Penso: lui si schermirebbe, com’era nella sua indole schiva, ma ha ragione Fazio: «Ridiamogli un poco del molto che lui ha dato a noi».

Così Roberto Vecchioni evoca La guerra di Piero e Girotondo, e sbotta: «Smettiamola di misurare le parole, lui fu un poeta grandissimo, uno dei grandi del Novecento. Capì che ciò che va contro l’uomo è il potere, la cui arma peggiore è la guerra».
E poi Franco Battiato restituisce a Inverno il timbro misterioso della poesia. E la Pfm, dal teatro De André di Reggio Emilia, scandisce una scintillante Bocca di rosa, Antonella Ruggiero offre, in un’interpretazione d’alta scuola, l’Ave Maria da La buona novella, Andrea Bocelli tramuta in struggente madrigale La canzone dell’amore perduto.

Davvero c’è tutto Fabrizio e di più, in questo viaggio d’amore e d’arte. E mi commuove Ermanno Olmi: «Lui, figlio della borghesia, ha saputo ritrovare l’aroma della naturalità, per cantare la genuinità degli umili e dei poveri». Rieccolo, De André: sornione nella Città vecchia rifatta da Capossela, commovente quando Jovanotti canta Il suonatore Jones dal cimitero di Spoon River e in studio appare, felice, Fernanda Pivano. Che bello ritrovarlo, Fabrizio, quando un ispirato Nicola Piovani evoca col suo quintetto Storia di un impiegato, poi, con un grande Eugenio Finardi, ci dona un Verranno a chiederti del nostro amore d’intensità lacerante. Canzoni che non sono solo frammenti della storia di Fabrizio De André, ma sono segmenti del nostro vissuto, sono fiori di vita.

Donde Luciana Litizzetto e Lalla Pisano nel recitativo di Le nuvole, Antonio Albanese in una bellissima favola, L’uomo bomba e la donna cannone. E Piero Pelù crea una ruspante Il pescatore, Samuele Bersani una frizzante Il bombarolo, un cavernoso Massimo Bubola s’affianca a un magnifico Edoardo Bennato, in Quello che non ho. Ma dove l’emozione più mi si lega al flusso della memoria - le serate spese, con Faber, a parlare di tutto e di nulla, la sua sapienza antica, il suo humour - è nel Tiziano Ferro di Le passanti, e nel Fossati di Smisurata preghiera. Solo che poi, a spingere il batticuore ben «più al largo del dolore», ecco Amore che vieni amore che vai, in contemporanea con trecento radio. Non è la canzone più emblematica di De André, è vero. Ma la voce che canta, e ci travolge, questa volta è la sua.